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giovedì 22 dicembre 2011

Mandela - Nobel per la pace, rivoluzionario, amico di Gheddafi




È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta
Nelson Mandela


Nessun paese può rivendicare di essere il poliziotto del mondo e nessuno stato può dettare a un altro cosa deve fare. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici oggi hanno l’impudenza di dirmi di non fare visita al mio fratello Gheddafi. Mi suggeriscono di essere ingrato e di dimenticarmi del passato
Nelson Mandela

Nelson Mandela, premio Nobel per la pace, uscito dal carcere nel 1990 dopo 27 anni di prigionia e primo presidente nero del Sudafrica nel 1994, era considerato un terrorista dal governo sudafricano ed il suo nome, come quello di altri membri dell’African National Congress, è restato fino al 26 giugno 2008 sulla lista delle persone sospettate di legami con il terrorismo del governo americano, tanto che per poter entrare negli Stati Uniti aveva bisogno ogni volta di uno speciale nullaosta. Hanno alterato la lista espungendo il suo nome solo in previsione del suo 90° compleanno, il 18 luglio 2008.
Il movimento di liberazione African National Congress (ANC), da lui capeggiato, si era dato alla resistenza armata creando una rete di guerriglieri (Umkhonto we Sizwe, la Lancia della Nazione) dopo che anni di protesta nonviolenta contro l’apartheid non avevano portato ad alcun progresso. Inizialmente si era speso assieme al suo amico, l’avvocato Oliver Tambo, per fornire rappresentanza legale pro bono o comunque ad un costo accessibile ai neri. Ma la misura fu colma, a giudizio di Mandela, che era già stato incarcerato dal 1956 al 1961 per la durata di un processo per “alto tradimento” che si concluse con la sua assoluzione, con il Massacro di Sharpeville, il 21 marzo 1960, quando la polizia aprì il fuoco contro una folla di dimostranti neri uccidendo 69 persone in conseguenza del fatto che, come dichiarò il colonnello Pienaar, “la mentalità indigena non permette di radunarsi pacificamente. Per loro un raduno significa violenza”. I sabotaggi e gli attentati causarono decine di morti e centinaia di feriti tra i militari, ma anche tra civili bianchi e neri. La Commissione per la verità e la riconciliazione ha stabilito che Umkhonto we Sizwe si macchiò di continue violazioni dei diritti umani, inclusi la tortura e l’esecuzione sommaria di agenti del regime sudafricano, sebbene queste pratiche non fossero mai state ufficializzate dall’ANC. Nel 1985 rifiutò la libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata motivando la sua scelta con queste parole: “solo gli uomini liberi possono negoziare. Un detenuto non può instaurare alcuna relazione contrattuale”.
Per circa 40 anni dovette fronteggiare non solo l’oppressione bianca sudafricana, ma anche l’opposizione di Stati Uniti, Regno Unito (le scuse ufficiali sono arrivate solo nel 2010), Francia (fino al 1981) e persino Israele:

Nel corso di un’intervista al Larry King Live (16 maggio 2000), Mandela ha espresso il suo punto di vista sul suo passato.
KING: Lei è stato un terrorista?
MANDELA: Beh, il terrorismo dipende da…
KING: …da chi vince.
MANDELA: precisamente. Mi chiamavano terrorista, ma quando fui rilasciato molte persone mi abbracciarono, anche i miei nemici di un tempo. E questo è quel che dico alle persone che dicono che chi combatte per la liberazione del proprio paese è un terrorista. Dico loro che anch’io lo sono stato, ma oggi sono ammirato da quelle persone che dicevano che ero un terrorista.
KING: è mai riuscito a spiegarsi l’apartheid?
MANDELA: è difficile capire un fenomeno del genere, ma penso che in una nazione come il Sudafrica, dove la stragrande maggioranza della popolazione era nera e chi comandava rappresentava solo il 14 per cento della popolazione, l’apartheid era il modo migliore per difendere la supremazia bianca, tagliandoci fuori completamente dai diritti di cittadinanza.
KING: Come l’hanno trattata in carcere?
MANDELA: all’inizio molto male e ci è toccato lottare per un trattamento più dignitoso. Questa lotta ha portato buoni frutti.  
KING: come ci siete riusciti? Come si combatte il sistema?
MANDELA: all’inizio abbiamo fatto degli scioperi della fame, una delle migliori armi a disposizione per dei detenuti. Ci siamo rifiutati di eseguire dei compiti umilianti, sopportando le punizioni conseguenti. Ma abbiamo insistito.
KING: erano concesse delle visite?
MANDELA: potevo vedere i membri della mia famiglia solo ogni sei mesi. Nessuno al di fuori della cerchia famigliare.
KING: come ha fatto a tirare avanti?
MANDELA: ero circondato da persone brillanti, alcuni di loro con un’eccellente educazione ottenuta in università straniere, persone che avevano viaggiato ed era un vero piacere sedersi con loro e fare conversazione. Mi hanno arricchito. E poi ci hanno concesso ottime letture. Così abbiamo scoperto che anche il solo fatto di sedersi e di pensare era il miglior modo di mantenersi freschi e in forma, capaci di affrontare i problemi di ogni giorno e di esaminare il nostro passato. Era possibile prendere le distanze da se stessi e riflettere sul proprio comportamento, se ero stato all’altezza di qualcuno che aveva cercato di porsi al servizio della società, e ci furono molti casi in cui mi sono vergognato di me stesso.
KING: ad esempio?
MANDELA: quando arrivai a Johannesburg dalla provincia non conoscevo nessuno ma molti sconosciuti furono gentili con me. Poi finii in politica e divenni un avvocato, così impegnato da non pensare che avrei dovuto tirarmi fuori il tempo per le persone che avevano fatto così tanto per me. È stato solo in prigione che mi sono reso conto di aver fatto qualcosa di imperdonabile, di non aver apprezzato l’ospitalità che mi veniva data da persone che non conoscevo, la loro generosità. Il fatto di essere diventato un avvocato, dimenticandomi di loro, mi faceva male.
KING: lei ha fatto amicizia con le guardie, vero?
MANDELA: abbiamo appoggiato le guardie che ci rispettavano e abbiamo visto che non esisteva un sostegno monolitico per l’apartheid. Ci sono sempre persone che ragionano umanamente.
KING: alcuni di loro erano analfabeti. Li ha aiutati a scrivere lettere ed alcuni di loro aveva delle cause in corso e li aiutò anche in quello?
MANDELA: proprio così. Lo facevamo perché quelli in alto se ne fregavano di quelli in basso, li trattavano come stracci. Abbiamo fatto cambiare le cose perché trattavamo tutti come degli esseri umani, con delle speranze e delle aspirazioni.
KING: dopo 26 anni di prigionia, ha chiesto di ritardare il rilascio di tre settimane.
MANDELA: certamente non vedevo l’ora di andarmene, ma volevo che la mia liberazione fosse organizzata come si deve e potessero essere presenti le persone che mi avevano ospitato da giovane e la generosità dei quali non avevo ricambiato. Volevo avere l’opportunità di ringraziarli personalmente per tutto quel che avevano fatto per me.
KING: non ha mai odiato i suoi carcerieri?
MANDELA: No, perché bisogna tener conto del fatto che nella situazione in cui eravamo una promozione dipendeva dal proprio sostegno all’apartheid e perciò le persone buone si capiva che avevano l’atteggiamento di chi ti vorrebbe dire che quel che fa lo fa solo per la promozione, non per cattiveria. Alcuni di loro sono diventati amichevoli e non hanno mai mortificato la nostra dignità.

Perché rimase amico di Gheddafi fino all’ultimo?

giovedì 8 dicembre 2011

Ospitalità e Beni Comuni - Il Mondo Nuovo post-capitalista






Ovunque tu sarai, lì sarà la mia casa
Lo straniero che venne dal mare (1997)

Lo straniero è un po' imbarazzante, su questo non ci piove. Non appartiene alla comunità, eppure ha dei bisogni: a che titolo soddisfarli? D'altronde, come si può ignorarlo o lasciarlo sulla strada senza avvertire un senso di obbligazione? L'ospite è una persona clamorosamente "fuori luogo", che occorre in qualche modo collocare all’interno della comunità, seppure in maniera provvisoria. In tutte le antiche civiltà l’ospite-viaggiatore è sacro, in quanto informato sul mondo e dunque portatore di notizie interessanti, come un messaggero. […]. Tornare alla dimensione sacra dell’ospitalità? Bell’idea, ma purtroppo è anacronistica.
Duccio Canestrini, 2002

Circola un curioso aneddoto riguardo a due presunti maghi del passato, George Gurdjieff (1872 –1949) ed Aleister Crowley (1875-1947). Il secondo, un “mago nero” fa visita al primo, un “mago bianco”. Dopo cena, Gurdjieff domanda a Crowley: “Ve ne andate, Signore?”. Questi risponde di sì. “Finora siete stato mio ospite, non è così?”, incalza Gurdjieff. Crowley annuisce. “Ma se ve ne state andando, da questo momento non siete più mio ospite, non è vero?”, domanda retoricamente il primo. Il secondo conferma. “Bene, allora posso dirvi che siete un uomo sordido, siete corrotto dentro! Non osate mai più mettere piede in casa mia!”. Al di là della veridicità dell’accaduto, il significato di questo siparietto è piuttosto evidente: l’uomo saggio si sente tenuto ad ospitare anche chi non gradisce, perché l’ospitalità è la virtù precipua. Una volta terminato il rapporto che lega ospitante ed ospitato, la forma deve cadere, lasciando spazio alla sostanza. L’aspetto più curioso della questione è che questo evento si svolgeva almeno tremila anni dopo il periodo di ambientazione dell’Odissea, il poema che meglio definisce le norme di ospitalità, eleggendole a fondamento di un codice di comportamento esemplare.  
Xénos è il vocabolo greco che indicava lo straniero (il forestiero, ben distinto dal barbaros, lo straniero tout court, radicalmente altro, che poteva diventare schiavo, se catturato in battaglia) ma anche l’ospite. Xenía era l’ospitalità, che principiava con l’atto di accogliere senza domandare al forestiero di identificarsi. Lo sconosciuto era già un titolare di diritti in quanto ospite, indipendentemente da tutto il resto.
La xenía si stabiliva tra individui, gruppi di persone ed anche città e tra individui e comunità. Era un legame ereditario. Nell’Iliade, Glauco e Diomede interrompono il duello quando apprendono che i loro rispettivi padri erano legati da xenía e si scambiano dei doni. Era un’istituzione che serviva a garantire un minimo sostegno in tempi difficili. Anche i fuggitivi e gli esiliati potevano ricevere ospitalità. Il rapporto sottostava a regole ben precise: non si rifiuta l’offerta dell’ospitalità, non si insulta chi ti ospita, non si pretende e non ci si prende ciò che non viene offerto. Dall’altra parte si era tenuti a non insultare l’ospitante, si doveva proteggerlo e tutelarne l’onorabilità e si deve cercare di essere il più ospitali possibili, anche se l’ospite è inatteso o giunge in un momento inopportuno. Anche nei confronti di un forestiero sconosciuto era disonorevole rifiutarsi di assisterlo, se in precedenza si era stabilito un patto di xenia tra comunità. Oltre a Zeus, l’altro nume tutelare dell’ospitalità era Hestia (Vesta), una delle tante forme della Dea Madre che, unica tra gli dèi olimpici, non prendeva mai parte a dispute o guerre e, come Atena, resisteva alla profferte amorose di dèi e titani. La più caritatevole e integerrima tra gli dèi olimpici, è la dea del focolare domestico e protegge i fuggitivi. Rappresenta la sicurezza personale, la felicità ed il sacro dovere dell’ospitalità. Il simbolo della Grande Dea era un cumulo di braci ardenti coperto di cenere bianca, che poi divenne l’omphalos, il centro del mondo. I suoi colori: il bianco, il nero e il rosso.
Per essere un buon greco non si doveva insultare l’ospite, si era tenuti a proteggerlo, a tutelarne l’onorabilità e ci si doveva sforzare di essere il più ospitali possibili, anche se l’ospite era inatteso o giungeva in un momento inopportuno. Nell’Alcesti di Euripide (438 a.C.) Ercole arriva improvvisamente alla dimora di Admeto che sta preparando i riti funebri per la moglie; Admeto lo accoglie e, per non imbarazzarlo, finge che si tratti del funerale di una cameriera. Come in Giappone, l’ospite riceve vesti, cibo, bevande, lo si lava, gli si offre la possibilità di essere trasportato fino alla successiva destinazione e gli si offre un dono. Eumeo, servo di Odisseo, il più fedele tra i suoi servi, si merita l'appellativo di "divino porcaro" per aver accolto con tutti gli onori Ulisse, travestito da mendicante e reso irriconoscibile da Atena. Eumeo, pur povero, offre al mendicante cibo e pernottamento e si spoglia del suo mantello per coprirlo. Ben diverso il comportamento di Polifemo ("colui che parla molto”) è un mostro perché si mangia gli ospiti e, come dono di ospitalità, promette beffardamente a Ulisse che lo mangerà per ultimo. Odisseo lo ammonisce: arrecare offesa agli ospiti è peccato e Zeus, che protegge i forestieri, lo punirà. Allo stesso modo il titano Tantalo è punito da Zeus (che secondo alcune fonti era suo padre) perché il suo titanismo lo porta a violare le regole dell'ospitalità nei confronti degli dèi, come per l'appunto fecero Adamo ed Eva, tosto cacciati dal Paradiso Terrestre che li ospitava. Xenia è il principio cardine di entrambi i poemi omerici. La Guerra di Troia è scatenata dalla violazione delle norme di ospitalità quando Paride rapisce la moglie del suo anfitrione, Menelao. Telemaco, in cerca del padre, gode dell’ospitalità dei suoi compagni d’arme, Nestore e Menelao e, nel farlo, si crea un nome, una sua personalità, uno status, una rete di alleanze, si prepara a diventare re, com’era nelle intenzioni di Atena, che per questo non lo informa del fatto che suo padre è vivo e sta per tornare. Mentre Polifemo è il peggiore degli ospiti, i Feaci sono impeccabili e infatti sono descritti come il popolo più prossimo agli dèi. La vista di un mendicante non li turba, gli prestano un immediato, premuroso soccorso. Un elemento di un certo rilievo è il legame di parentela tra i Feaci ed i Ciclopi, figli di Poseidone nonché geograficamente confinanti. Il che indica che per la mentalità greca non sono il sangue o la prossimità a determinare l’evoluzione sociale. Aprendo una parentesi, in fondo la Shoah potrebbe essere vista come un estremo oltraggio alle leggi dell’ospitalità, come Polifemo che divora gli ospiti. La distruzione della Germania e la letterale decimazione della popolazione tedesca sarebbero la necessaria e giusta punizione.

Pietro Citati definisce l’Odissea un libro misterioso, con significati esoterici occultati da Omero (Citati, 2002). Quel che è certo è che contiene verità eterne, non meno essenziali di quelle che ravvisiamo in Dante o Shakespeare. Xenia è l’epitome dell’etica omerica. Non esiste alcun diritto internazionale, quindi i rapporti tra estranei devono essere regolati da obblighi consacrati. Il ritorno di Odisseo da Troia è una lezione su come si mantiene l’equilibrio all’intersezione tra il piano terrestre e quello celeste, o divino. Per la gioia di Simone Weil, non ci sono leggi e diritti umani, ma buone pratiche. Xenia allenta le tensioni tra le polarità e le rivalità tra casate. In Omero nessuno ha diritti in quanto umano ma solo in virtù delle sue relazioni, della sua rete di rapporti e di obblighi reciproci, che garantiscono assistenza e quindi la possibilità di sopravvivere. Al di fuori di questo circolo c’era un mondo indifferente o ostile. Dunque non si rende un servizio al prossimo senza un secondo fine, unicamente per promuovere gli interessi quest’ultimo (philein). Non vi è autentico altruismo, una virtù davvero rara nei rapporti umani, viziati dalle meccaniche egotistiche della nostra corporeità. Non ci si pone al servizio dell’altro disinteressatamente: nel farlo si accumulano comunque dei "crediti”: onore, gloria, buon nome utile nelle proprie attività professionali e il diritto ad essere ricambiati. E tuttavia appare come un passo in avanti rispetto all'odierna, ossessiva monetarizzazione delle attività umane.
L’hybris è l’opposto di xenia e può significare l’arrecare un danno o un disonore ad un altro per puro piacere personale. Come Crono che divora i figli, o Procuste, il locandiere che restringe o allunga i suoi ospiti per adattarli al letto. Analogamente, Polifemo ed i Proci non hanno la benché minima idea di cosa sia un obbligo di reciprocità, quel che li diletta e li attira se lo prendono, come se tutto fosse loro dovuto. Sono i creditori della vita descritti da Eugenio Scalfari (“Creditori e debitori”, L’Espresso, 27 febbraio 2009):

"Nascere creditore significa ritenere che tutto il buono che ci capita nella vita ci sia dovuto; se ci viene negato o impedito subiamo un torto per il quale la sorte e i nostri simili ci dovranno risarcire. Non è chiaro quale sia il motivo del nostro essere in credito, spesso ce lo inventiamo senza esser consapevoli dell'inesistenza di questo credito immaginario, ma non importa: siamo arciconvinti d’essere in credito verso la vita e quindi verso tutte le persone con le quali entriamo in contatto e tanto basta".

I Proci sono frivoli, avidi, bramosi, “incarnano il Male Assoluto, come poteva immaginarlo un greco del settimo secolo” (Citati, 2002) – traviati e degradati, empi, non rispettano ospiti e mendicanti, non pongono attenzione ai segni dei tempi, agli ammonimenti divini, credono solo in ciò che possono vedere e toccare. Sono affetti da hybris, appunto: arroganti, tracotanti, violenti, prepotenti, smodati, privi di contegno, insozzano la casa che li ospita, nessuno di loro può essere innocente. Offendono Temi, la legge di natura, la legge della convivenza, il principio del reciproco rispetto. Per loro è naturale infrangere il patto di xenia, come lo è per gli abitanti di Sodoma. Gli angeli assaliti sono forestieri, stranieri e Sodoma viene rasa al suolo per questo. Gesù, memore di questo precedente, informa gli apostoli che se una città sarà inospitale nei loro confronti subirà un trattamento peggiore di Sodoma. Al contrario, la lavanda dei piedi è un segno di ospitalità e di umiltà, di servizio. I Samaritani si dimostrano buoni ospiti. Alla fine dei tempi, chi seguirà il loro esempio sarà salvato e dimorerà nel Paradiso Riconquistato (Matteo 25: 34-46):

"Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato sin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame, e mi deste da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere; fui forestiere, e m’accoglieste; fui ignudo, e mi rivestiste; fui infermo, e mi visitaste; fui in prigione, e veniste a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai t’abbiam veduto aver fame e t’abbiam dato da mangiare? o aver sete e t’abbiam dato da bere? Quando mai t’abbiam veduto forestiere e t’abbiamo accolto? o ignudo e t’abbiam rivestito?  Quando mai t’abbiam veduto infermo o in prigione e siam venuti a trovarti? E il Re, rispondendo, dirà loro: In verità vi dico che in quanto l’avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me. Allora dirà anche a coloro della sinistra: Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato pel diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui forestiere e non m’accoglieste; ignudo, e non mi rivestiste; infermo ed in prigione, e non mi visitaste. Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: Signore, quando t’abbiam veduto aver fame, o sete, o esser forestiero, o ignudo, o infermo, o in prigione, e non t’abbiamo assistito? Allora risponderà loro, dicendo: In verità vi dico che in quanto non l’avete fatto ad uno di questi minimi, non l’avete fatto neppure a me. E questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna".

Questo ammonimento di Gesù il Cristo si pone in armoniosa consequenzialità con il concetto di theoxenia, l'idea greca che ogni forestiero ospitato potrebbe essere un dio in forma umana e va quindi trattato con il massimo rispetto e la massima sollecitudine. Non solo greca. Un proverbio russo recita: Gost doma, Bog doma, “ospite in casa, Dio in casa”. Nelle fiabe russe persino la terribile strega antropofaga Baba Jaga deve inchinarsi ai doveri dell’ospitalità: “dammi prima da bere e da mangiare e poi fai le tue richieste”. Cosa significa che il divino può assumere l’aspetto dello straniero o del mendicante? Forestieri, girovaghi, profughi, senzatetto e mendicanti sono alla mercé degli altri. Se sprovvisti di denaro la loro sopravvivenza non dipende più da loro stessi ma dall’atteggiamento altrui. Continuano ad esistere per un accidente del caso, o per la generosità della natura e di chi incontrano. L’ospitalità è un perfezionamento della natura voluto dallo spirito empatico umano e il riconoscimento della condivisione di una natura e condizione comune. Che l’ospite potrebbe essere un dio travestito ci ricorda del potenziale inespresso ed imprevedibile di ciascuna persona che incontriamo, non solo chi ci è caro. L’ospitalità rende esplicita l’importanza di sentirsi a casa, ma anche l’insufficienza del sentirsi a casa, perché ciascuno di noi è vulnerabile, precario, dipendente dal prossimo, anche quando non è un familiare. Nutrire se stessi è necessario, nutrire gli altri è facoltativo. Chi ospita si eleva al di sopra delle necessità, di “come va il mondo”, nobilitandosi nel farlo (Kass, 1999).
Polifemo è l’anti-ospitante perché gli ospiti se li divora. I ciclopi sono ostili verso gli stranieri, non fanno gruppo se non quando è necessario, si affezionano solo ai loro animali ed alle loro proprietà. Gli ospiti sono cibo, perché i ciclopi, come i titani, riconoscono solo un ordine fatto a loro misura, modulato secondo le proprie predilezioni. L’altro è sempre e solo uno strumento, privo di dignità, dotato solo di un valore strumentale, non intrinseco. Finché serve lo adopero, poi lo consumo, come gli Ebrei nei lager. Non sono capaci di esaminare il mondo dal punto di vista altrui e quindi la loro comprensione della realtà è estremamente deficitaria: non a caso possiedono solo un occhio. Sono dei tiranni: per loro tutto è appropriabile, tutto gli spetta, tutto deve piegarsi ai loro capricci ed esigenze, ai loro implacabili appetiti perché sono la misura di tutte le cose, nessuno è più forte di loro; o almeno è quel che credono. In realtà vivono in una perpetua contraddizione con la verità della loro condizione.
L’ospitalità non è figlia di un contratto, è un modo di stare al mondo, di rapportarsi agli altri, di porsi nei confronti della natura, del pianeta che ci ospita, l'atteggiamento di chi lascia socchiuse le porte perché sa di non potercela fare da solo, sa di avere bisogno degli altri. Questa è la corretta lettura del concetto di identità, che non è autoreferenziato (Cacciari, 2003, p. 109):

"Ogni identità è un prodotto, non un dato da cui partire. È la concezione ingenua, l’opinio cmmunis, che pensa di partire dall'identità – Io sono Io – per poi entrare in relazione con l’altro. Non occorre un pensiero abissale per capire che l’identità è il prodotto di un processo attraverso cui io giungo a riconoscere e produrre la mia identità. Ma questo significa che io posso produrre la mia identità soltanto in relazione, che originaria per la mia identità è la relazione con l’altro, che l’originario è la relazione".

Riguardo al modo di interpretare il proprio ruolo nel mondo i cristiani, in particolare, sono chiamati ad essere paroikoi, “stranieri residenti”, “stranieri nella terra ove risiedono”, spaesati nel loro paese, in quanto cittadini del cielo residenti in terra. Come i buddhisti, non possono avere radici.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (Matteo 10, 40). Ma se sono tutti ospiti, allora nessuno è un ospitante: sono tutti pellegrini che affrontano la loro Odissea. Il nomadismo è però la vera condizione umana (Lettera agli Ebrei, 11: 13-16):

"Dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste".

Sempre secondo Paolo: “La nostra patria invece è nei cieli” (Fil 3,20). Nel logion 47 del Vangelo di Tommaso leggiamo che “Gesù disse: Siate viandanti”. Nella Lettera a Diogneto si legge:

"I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per costumi. Non abitano città proprie, né usano un gergo particolare, né conducono uno speciale genere di vita… Ma, pur vivendo in città greche o barbare – come a ciascuno è toccato – e uniformandosi alle abitudini del luogo nel vestito, nel vitto e in tutto il resto, danno l'esempio di una vita sociale mirabile, o meglio – come tutti dicono – paradossale. Abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono staccati come stranieri; ogni nazione è la loro patria, e ogni patria è una nazione straniera… Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo… Per dire tutto in breve: i cristiani sono nel mondo ciò che l'anima è nel corpo. L'anima è diffusa in tutte le membra; e i cristiani abitano in tutte le città della terra. L'anima, pur abitando nel corpo, non è del corpo; e i cristiani, pur abitando nel mondo, non sono del mondo".

Il Vangelo secondo Giovanni chiarisce che i cristiani “sono nel mondo” (17,11), ma “non sono del mondo” (17,14).
Adriana Destro e Mauro Pesce, nello splendido “L'uomo Gesù: giorni, luoghi, incontri di una vita” individuano una caratteristica distintiva del messaggio di Gesù il Cristo, il quale sceglie di dipendere dall’ospitalità altrui. Si fa precedere da due apostoli nei luoghi in cui cerca ospitalità, non permette che nessuno dei villaggi visitati divenga una sede stabile, cammina incessantemente per entrare in contatto con la gente, con persone nuove, conduce un’esistenza incerta e precaria, all’insegna di un’identità molto labile, flessibile, come quella dei nomadi. La sua casa è interiore, la sua famiglia è chi lo accompagna, una famiglia itinerante (Destro/Pesce, 2008, p. 156):

"Gesù percepisce la realtà che ha di fronte come fortemente fratturata e divisa tra città e villaggi di campagna, tra ricchi e poveri, tra affamati e sazi, tra malati e sani, violenti e miti, donne e uomini, giudei e non giudei. Vuole rompere questo meccanismo di divisione. Preme sulle case per modificare e annullare la distanza. Vuole permettere una pacificazione tra le parti a un livello diverso e con forme aggregative diverse che ritiene in grado di sanare la contraddizione. L’ospitalità diventa così il simbolo del suo progetto. È uno stile di vita che deve essere praticato in modo che la casa non sia più il luogo di sanzione della disparità sociale, dell’alleanza tra potenti e ricchi e della dipendenza dei poveri, ma divenga al contrario il luogo dell’inclusione degli esclusi e della partecipazione comune al mondo rinnovato".

Umberto Curi, storico e filosofo all’Università di Padova e Maria Chiara Pievatolo, filosofa politica all’Università di Pisa, ci aiutano ad introdurre la dimensione politica del principio di ospitalità (Curi, 2010; Pievatolo, 2011) che si esplicita nella contrapposizione tra Kant e Rousseau.
Kant corrobora la classica convezione greca secondo cui una nazione è giudicata dagli dèi in base al modo in cui tratta gli stranieri. Per Kant ospitalità e pace sono complementari. Uno stato di pace non è la condizione naturale dell'uomo, naturale è invece uno stato di costante minaccia. La pace è perciò un artificio, un atto contro natura, di cui l'uomo è peraltro capace. Kant è dunque hobbesiano. Non crede che gli esseri umani siano naturalmente buoni e pacifici e che sia la civiltà a corromperli. Li considera perennemente antagonistici e prevaricatori, se non ostili. Lo Stato è quello strumento che dovrebbe temperare questo antagonismo e cercare di fare in modo che l’intera comunità ne tragga beneficio, tramite un conflitto ben gestito, che può essere fecondo, a differenza di quella che chiama la “pax perpetua”, la pace dei sensi e la pace eterna dei cimiteri, che è poi la pace totalitaria. Kant è un realista: si consegue la pace facendo leva sulla valorizzazione dell’istinto di conservazione che accomuna tutti gli individui. Nei rapporti tra le nazioni Kant immagina una confederazione repubblicana di liberi stati che scongiuri le guerre ed una polizia planetaria sul modello delle polizie nazionali. Un’idea che piaceva a Norberto Bobbio (Kant, 1795/2005).
Poi immagina che un diritto cosmopolitico fondato su un principio cardine, quello, appunto, dell’ospitalità universale (non privato, ma pubblico): “il diritto che uno straniero ha di non essere trattato come nemico a causa del suo arrivo nella terra di un altro”. Questo perché: “originariamente nessuno ha più diritto di un altro ad abitare una località della terra”. Anche per Kant siamo solo di passaggio su questo pianeta, la cui superficie sferica e finita fa sì che non si possa evitare di incontrarsi. Le nostre nascite sono del tutto accidentali, per quanto ne sappiamo. Siamo nati in un certo luogo piuttosto che in un altro e ciò non ci dà alcun diritto di reclamare un’area come nostra. La nascita non dipende da una libera scelta del nascituro e quindi non è un atto giuridico. Per lo stesso principio nessuno può rivendicare alcun titolo preferenziale a risiedere in un dato luogo piuttosto che in un altro. Se è vero, come è vero, che nessuno ha più diritto di un altro di essere titolare di una porzione di questo pianeta, poiché siamo tutti viaggiatori, allora la condizione originale dell’uomo e delle sue interazioni è una relazione aperta, di condivisione, che respinge ogni pretesa di esclusività. Il risiedere in un luogo, la delimitazione del proprio rifugio, santuario, riparo, non assegna alcun diritto di possesso. La superficie della terra e le sue risorse appartengono a tutti e a nessuno e non è pertanto  inquadrabile nella logica del diritto d’uso esclusivo e me che meno della proprietà privata. Non esiste una terra promessa ed un popolo eletto destinato a dimorarvi. Lo straniero per Kant è ospite e lo si allontana solo se crea problemi, ma non se ciò comporta la sua rovina. L’Antico Testamento parla chiaro: “Se, mietendo il tuo campo, vi avrai dimenticato qualche covone, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per lo straniero, per l’orfano e per la vedova” (Deuteronomio 24:19); “il Signore protegge i forestieri, sostenta l’orfano e la vedova, ma sconvolge la via degli empi” (Salmi 146:9). Kant parla di diritto alla visita, alla mobilità, in nome della socievolezza e del destino comune (siamo su una stessa barca e non è grande): “diritto di possesso comune della superficie della terra”. Esclude il possesso esclusivo. “l’inospitalità è contraria al diritto naturale”. Per questo il diritto cosmopolitico non è una “rappresentazione di menti esaltate”. L’evidenza del fatto che la superficie terrestre è un possesso comunitario di tutti gli esseri umani – con tutti i diritti fondamentali che ne conseguono – è rimasta un’ovvietà per la quasi interezza della storia umana non lo era per gli europei, che massacrarono i nativi americani proprio in virtù di un diritto proprietario e di sfruttamento delle risorse antitetico a quello indigeno. Gustavo Zagrebelsky ribadisce che dovrebbe ritornare ad essere un’ovvietà (Mauro/Zagrebelsky, 2011, pp. 101-102):

"L’idea dell’essere umano come animale stanziale, un animale che, come altri, ha il suo territorio e lo difende dalle intromissioni, deve essere un’idea del profondo…La terra, questa “aiuola che ci fa tanto feroci” (Par., XXII, 151) l’abbiamo divisa in tante parti e ce ne siamo impossessati, popolo per popolo, come cosa nostra, e ci pare normale, naturale, l’idea di straniero, di colui che passa o tenta di passare da un’aiuola all’altra turbando le sicurezze che riponiamo “in casa nostra”. Quante volte abbiamo sentito ripetere anche da noi, come se fosse ovvia e innocente, questa espressione!"

Kant simpatizza per una posizione analoga a quella dei nativi americani ed invoca il diritto di asilo di visita e di asilo, non certo il diritto di imporre con la forza la propria volontà alle altre nazioni, come facevano le potenze coloniali. L’ospitalità universale diventa uno dei pilastri imprescindibili per il conseguimento della pace perpetua, la “comunanza tra i popoli della Terra”, in un’epoca, la sua, in cui il pianeta si va già globalizzando, tanto che: “si è arrivati a tal punto che la violazione di un diritto commessa in una parte del mondo viene sentita in tutte le altre parti”. Di qui la denuncia, attualissima, delle atrocità coloniali:

"Se si paragona con questo la condotta inospitale degli Stati civili, soprattutto degli Stati commerciali del nostro continente, si rimane inorriditi a vedere l'ingiustizia ch'essi commettono nel visitare terre e popoli stranieri (il che è per essi sinonimo di conquistarli). L'America, i paesi dei negri, le Isole delle spezie, il Capo di buona speranza ecc., all'atto della loro scoperta erano per essi terre di nessuno, non facendo essi calcolo alcuno degli indigeni. Nell'India orientale, con il pretesto di stabilire stazioni commerciali, introdussero truppe straniere e ne venne l'oppressione degli indigeni, l'incitamento dei diversi Stati del paese a guerre sempre più estese, carestia, insurrezioni, tradimenti e tutta la lunga serie di mali che possono affliggere l’umanità".

L’altro pilastro dovrà perciò essere la sovranità del popolo su questioni essenziali come le dichiarazioni di guerra –  “il popolo, che ne fa le spese, abbia il voto di decidere se la guerra deve o non deve farsi” – e sull’opportunità di aderire ad uno stato federale universale come quello descritto da Jacques Attali – “entrare in una costituzione cosmopolitica, o, siccome un tale stato di pace universale (come è avvenuto più volte tra gli Stati assai grandi) è per un altro aspetto ancora pericoloso per la libertà, potendo originare il più orribile dispotismo, questa necessità dovrà portarli non a una comunità cosmopolitica sotto un unico sovrano, ma a una condizione giuridica di federazione sulla base di un diritto internazionale stabilito in comune” (Kant, Gemeinspruch, cf. Marini, 2007). Solo in una tale cornice giuridica, a parere del filosofo di Königsberg, “le disposizioni naturali dell’umanità possono trovare sviluppo, così da rendere la nostra specie degna di amore» (ibidem). Chi si opporrà, o non farà parte del futuro, o lo farà suo malgrado perché, citando Seneca, “i decreti del destino guidano chi è consenziente, e trascinano chi non lo è”.

SINTESI
Linguisticamente, la radice di ospitare è “hostire”, che significa “parificare”, cioè compensare, rendere giustizia e proteggere.
L’ospitalità è un segno di umanità e civiltà. Ulisse si domanda se incontrerà dei bruti e dei selvaggi o degli uomini ospitali. L’ospitalità è una forma di ominizzazione. Ma c’è una certa dose di ambivalenza, in quanto sussiste la minaccia del parassitismo e dell’intrusione. L’ospitalità deve mantenere l’estraneità del forestiero che non deve mai sentirsi a casa sua. Si mantiene una certa distanza per tutelare l’identità, singolarità, originalità, specificità dell’ospite (ma può diventare un alibi per la segregazione, per una bolla-ghetto in cui l’altro non sarà mai amico, ma solo ospite). 
L’integrazione nel senso di appropriazione dell’altro e trasformazione in se stesso, è una forma di violenza (che può essere accettata dall’ospite, ma rimane tale). Serve il rispetto dell’alterità in quanto tale, senza esigere la sottomissione al mio volere. L’ospitalità è il giusto mezzo tra rifiuto ed assorbimento. L’ospite è sinonimo di temporaneo, transitorio, effimero. La vera ospitalità deve superare la violenza intrinseca all’ospitalità, che risiede nella dipendenza dall’altro, interiorizzata e che nasce con il concetto di proprietà. Senza proprietà non c’è bisogno di chiedere una condivisione, o di offrirla. Dunque il dono dell’ospitalità è il riconoscimento di una comunione originale dei beni. Ciò che appartiene all’uno appartiene anche all’altro. C’è un legame occulto, ma vibrante, tra il tuo e il mio, me e te. È il fatto di essere ospiti di questo pianeta. Ad indicare non solo la provvisorietà del nostro percorso nomadico, di esseri votati alla scomparsa, ma anche la generosità del pianeta, della Madre Terra che non concepisce l’idea del diritto del primo occupante. Non è pietà ma rispetto e devozione per l’ospite, nel quale riconosco l’estraneità che alberga in me stesso. Da lì si passa alla fratellanza, il terzo termine della triade rivoluzionaria francese. Si coniugano  esterno ed interno, sedentario e nomade, ego e l’altro, Vesta/Hestia e Mercurio/Hermes, in un’armoniosa coincidentia oppositorum.

Di conseguenza l’ospitalità precede, fonda ed orienta il diritto, non ne è un corollario
Vampiri, orchi e cannibali rimandano all’idea di un’ospitalità eccessiva e del parassitismo dell’ospitato, mentre il capro espiatorio è il membro deforme o malato della tribù che annualmente viene bandito o sacrificato per portare via con sé i malanni della comunità. Non è più un ospite gradito ma può ancora rendersi utile.

Fonte: Alain Montandon (a cura di), "Le Livre de l'hospitalite: accueil de l'etranger dans l'histoire et les cultures". Paris: Bayard. 2004.

Per approfondire: 

mercoledì 2 novembre 2011

Rousseau contro Kant, ovvero l'ospitalità come baluardo contro la tirannia



Orfano di madre dalla nascita e di padre dall’età di 15 anni, senza fissa dimora, Rousseau conduce l’esistenza di un nomade, legandosi a chi lo ospita, specialmente a figure materne. È straniero in ogni luogo e patisce questa condizione di precarietà ed estrema vulnerabilità. È ossessionato dall’altrui generosità, eternamente sospettoso di ogni dono, delle motivazioni degli altri, fino al punto da rifiutarli, per paura del fardello dell’obbligo di reciprocità. L’ospitalità lo fa sentire alienato, un eterno straniero nel mondo. In lui si segnala una forte ambivalenza: ne ha bisogno ma odia il senso di dipendenza. È ingrato verso le sue patrone, senza l’assistenza e l’ospitalità delle quali sarebbe restato nell’anonimato e magari persino deceduto prematuramente. Finisce i suoi giorni come un eremita, prediligendo la compagnia del suo cane a quella degli altri esseri umani e quella dei libri alla compagnia di un amico. Preferisce visitare che essere visitato, si sente ostaggio, non ospite; rifiuta i doni per non doverli ricambiare. Immanuel Kant è l’opposto di Rousseau: per lui mangiare da solo è malsano, nocivo (ungesund), equivale alla morte del filosofo, che perde vivacità ed acutezza, non potendo avvalersi del contributo stimolante di un punto di vista alternativo, quello dell’ospite al suo desco. Il filosofo che consuma il suo pasto da solo diventa autarchico, auto-referenziato, si auto-consuma (il proprio cibo, come le proprie idee, a ciclo continuo), disperdendosi (sich selbst zehrt) in ragionamenti circolari, idee fisse, vicoli ciechi. Perde il suo vigore, la vivacità dell’intelletto (Munterkeit). L’ospitalità invece è apertura al resto del mondo, all’altro, è una messa in discussione di se stessi, una breccia nel proprio egoismo. Per questo Kant sente il bisogno di avere sempre degli invitati al pasto, a costo di raccomandare alla servitù di invitare un passante a sedersi al tavolo con lui. La compagnia conviviale deve essere disparata ed includere dei giovani, per variare la conversazione e renderla più giocosa. Il piacere deriva dalla presenza di commensali con interessi diversi dai nostri: “non mi attrae chi ha già ciò che possiedo, ma chi mi può dare ciò che mi manca”, spiega. Al contrario, Rousseau non sa gestire la diversità, ne è allergico, vuole che sia controllata. Non ama mangiare con gli altri: mangia un boccone alternandolo con una pagina di libro. L’ospitante, nei suoi racconti, è incline al dispotismo, all’assimilazione cannibalistica dell’ospitato. Per questo muore da eremita, in preda alle allucinazioni, vittima del peso del matricidio, l’uccisione della madre, l’ospitante per eccellenza.
Per Rousseau “la cosa essenziale è essere gentili verso le persone con cui si vive”. Certo, ma di qualunque genere siano, non le piccole patrie omogenee che sognava. Denunciava l’omologazione del mondo causata dalle interazioni tra i popoli ma lui stesso sognava comunità omogenee, autarchiche e paternaliste, in cui la volontà comune non fosse insidiata dalle minoranze e i cui confini fossero per quanto possibile impenetrabili, come Clarens – un’utopia alpestre immaginaria inserita nel romanzo “Giulia o la nuova Eloisa” (Julie ou la Nouvelle Héloïse), pubblicato nel 1761 – che non teme agitatori provenienti dall’esterno ma solo chi viaggia e poi decide di tornare, portando idee nuove e per ciò stesso inaccettabili. A Clarens, spiega Giulia, “tutta l’arte del padrone consiste nel dissimulare questa costrizione dietro il velo del piacere o dell’interesse, in modo che essi pensino di volere ciò che in effetti li si obbliga a fare”. Le persone possono essere trattate come marionette, a patto che siano soddisfatti delle loro stringhe. Nell’Emilio, Rousseau illustra il momento centrale della sua pedagogia: “Emilio deve credere di essere sempre lui il padrone ma in realtà il padrone dovete essere voi. Non vi è sottomissione più completa di quella che conserva l’apparenza della libertà; così la volontà stessa risulta imprigionata…Indubbiamente egli non deve fare se non ciò che vuole, ma non deve volere se non ciò che voi volete che faccia; non deve fare un passo che voi non abbiate previsto; non deve aprir bocca senza che voi sappiate cosa dirà”.
Questo tipo di pedagogia rende chiaramente superfluo ogni mezzo di deterrenza e punizione: ogni scelta reale è stata soppressa, ogni possibile sospetto che le autorità possano essere malevole si volatizza. Una tale eventualità non può essere neppure presa in considerazione. Un sistema coercitivo molto più potente ed efficace, perché preventivo. L’utile (dei pochi al potere) schiaccia la libertà dei molti ma nessuno se ne avvede, per via di una pletora di mascheramenti, veli, travestimenti, illusioni, manipolazioni semantiche e simboliche (Berman, 1971). Solo chi proviene dall’esterno e che di conseguenza non è stato indottrinato, può ribellarsi, nel senso camusiano dell’homme révolté, del “mi ribello, dunque siamo”: divento me stesso sforzandomi di liberare me stesso e gli altri da un sistema sociale che ci aliena tutti.
Si possono obbligare le piante a crescere orizzontalmente, diceva Rousseau. Ciò non toglie che, se non vi siano costrette, esse crescono verso l’alto. Le comunità per Rousseau, sono piccole, semplici e statiche e bisogna impegnarsi a fondo per realizzare una sostanziale uniformità di vedute e di interessi, cosicché gli individui costituiscano una macro-persona (la Heimat), o siano comunque intercambiabili. Quando noi decidiamo, sono io a decidere, quando io decido, tutti decidiamo. Così il protagonista di “Giulia, o la nuova Eloisa” scopre che gli abitanti dell’utopia sono stati letteralmente mortificati, ossia la loro vitalità è stata progressivamente prosciugata, sono stati alienati allo scopo di assicurare la stabilità e l’armonia della comunità. Non se ne rendono tuttavia conto. Giulia è convinta di essere diventata autentica solo dopo essersi consacrata alla missione di diventare esattamente come la comunità vuole che lei sia, automutilandosi, rinunciando a se stessa. Pensa che solo uccidendosi dentro potrà rinascere autenticamente viva, restituita al suo vero sé, reincarnato ad immagine e somiglianza delle altrui aspettative. Non è più un “io”, ma una “lei” (un ruolo sociale), sottomessa alla volontà del “noi” (la Società). Clarens è una tirannia senza precedenti nella storia: ecologista, umanitaria, benevola, formalmente democratica, familiare, mortifera per l’anima/la coscienza. Sono i padroni, la casta dominante, a stabilire quando intendono graziosamente degnarsi di sentirsi uguali ai servitori. Un privilegio negato a questi ultimi, che devono assoggettarsi alle regole imposte dai padroni, interiorizzandole fino a percepirle come naturali ed ineluttabili e a credere che si possa essere amici di chi con un cenno può distruggere le nostre vite.