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martedì 3 gennaio 2012

La Siria e l'infinocchiamento perpetuo - com'è possibile che così tante persone si facciano fregare ogni volta?



Anche se è difficile prevedere con precisione il momento della caduta, la tendenza è evidente. E' questione di poche settimane.
Ehud Barak su Assad, 2 gennaio 2012

La Lega Araba deve rimettersi alle Nazioni Unite e bisogna creare una No-Fly Zone…si dovrà costituire una forza congiunta con la Turchia.
Saad Hariri, ex primo ministro libanese (sunnita ed educato in Arabia Saudita e Stati Uniti), 2 gennaio 2012

Si dice che puoi farne fesso uno tante volte, molti una volta, ma mai tutti tutte le volte. Però l’umanità è quella che è e moltissime persone hanno il vizio di farsi infinocchiare con una regolarità che ha dell’incredibile.
L’ultimo, entusiasmante, inganno è quello della “guerra sexy”, la guerra bella, buona e giusta. Le guerre umanitarie vanno per la maggiore, sono quelle più trendy. Non si è una nazione seria se non si è preso parte ad una sana, virile, nobile guerra umanitaria. Il rischio, come per tutte le cose eccitanti, è quello della dipendenza: se non ne riusciamo a fare almeno una ogni 2-3 anni, ci resta l’amaro in bocca, un desiderio inappagato.
Ogni volta si sostiene che senza una guerra umanitaria le cose degenereranno ed ogni volta la guerra umanitaria non solo causa colossali distruzioni, migliaia di morti (a volte centinaia di migliaia di morti) e milioni di rifugiati/profughi, gravando drammaticamente sui bilanci delle nazioni occidentali, ma getta intere nazioni in uno stato di caos permanente. È successo in Somalia, nel Kosovo:
in Afghanistan e Pachistan:
in Iraq, Yemen, Libia:
e ora tocca alla Siria:
Il fatto è che non ne possiamo fare a meno e prendiamo per buono l’aforisma di Oscar Wilde che l’unico modo per  liberarsi di una tentazione è cedervi.
Appoggiamo le guerra a certi tiranni mentre altri tiranni sostenuti dall’occidente sono invece liberi di sedare le rivolte nel sangue senza preoccuparsi delle conseguenze e senza che i media occidentali se ne occupino.
Chi denuncia questa infame crociata viene bollato come complottista - una volta l’appellativo era “comunista”: l’importante è che lo scettico sia inquadrato nella categoria delle patologie mentali: fanatico, paranoico, autoritario, masochista, mitomane, ecc.
Però nel caso delle due autobombe esplose in Siria qualche giorno fa i media occidentali hanno subito insinuato che si trattasse di un autoattentato del governo siriano. Quindi la logica è che il complottismo è legittimo quando si è schierati dalla parte giusta, ovvero quella della NATO. Il complottismo è logico anche quando presuppone che un governo laico riesca a convincere degli attentatori suicidi a farsi saltare in aria tra i loro concittadini per dare l’impressione di stare difendendosi. Il complottismo è, al contrario, dissennato quando esamina la geopolitica dello scontro tra Arabia Saudita ed Israele (che occupa le alture siriane del Golan ed è ufficialmente in guerra con la Siria) da un lato e l’Iran (miglior alleato della Siria) dall’altro. L’interpretazione più improbabile è quella fatta propria dai media, quella più ponderata è ignorata o irrisa.
Ci sono tiranni buoni (utili all’Occidente – es. Gheddafi fino all’inizio del 2011) e tiranni cattivi (non-allineati o sacrificabili – es. il Gheddafi linciato e sodomizzato con un bastone, uno dei momenti più alti della storia dell’esportazione della democrazia con la forza).
Ci sono lapidazioni, decapitazioni e fustigazioni buone (Arabia Saudita) e cattive (Iran, dove la lapidazione è sospesa per legge).
Ci sono giunte militari buone (Egitto) e democrazie cattive (Bolivia, Argentina, Costa d’Avorio, Pachistan, ecc.).
Ci sono violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale buone (USA, Turchia, Israele, Sudafrica dell’apartheid, ecc. - Guantánamo, rete di prigioni segrete, Fallujah, Afghanistan, Diego Garcia, Gaza, Libano, ecc.) e cattive (paesi non-NATO).
Ci sono brogli buoni (Bush) e brogli cattivi (Putin).
C’è la tortura buona (tecniche di interrogatorio avanzate) e quella cattiva (tortura).
Invece ogni intervento occidentale è sempre umanitario ed il fine giustifica ogni mezzo (inclusi gli ordigni all’uranio impoverito o, nel caso dell’Iran, le bombe atomiche “tascabili”).
I jihadisti salafiti e i mujaheddin che hanno combattuto prima in Afghanistan, poi in Iraq e infine in Libia sono ora in Siria: “Viene intanto confermato che truppe americane e della Nato stanno addestrando le milizie dell'opposizione siriana al presidente Bashar al-Assad nella citta' di Hakkari, nel sud est della Turchia, vicino al confine siriano. E' quanto ha svelato un'ex impiegata dell'Fbi, Sibel Edmonds, citando fonti turche e statunitensi. Secondo quanto riporta il quotidiano turco 'Milliyet', per la Edmonds l'addestramento dei ribelli siriani, che sotto il colonnello disertore Riad al-Assad hanno formato l'Esercito siriano libero, è iniziato a maggio. La Edmonds ha quindi aggiunto che gli Stati Uniti sono coinvolti nel traffico di armi verso la Siria dalla base militare di Incirlik in Turchia. Washington, ha aggiunto, provvede anche a fornire un supporto finanziario ai ribelli impegnati a rovesciare l'attuale regime di Damasco”.
Il primo ministro turco Erdogan ha provveduto a congelare i conti bancari dell’Esercito della Siria Libera per costringerlo a piegarsi all’autorità del Consiglio Nazionale Siriano, un’emanazione della fratellanza musulmana:
Se uno fosse dotato di una modica quantità di discernimento potrebbe quasi pensare che i fondamentalisti islamici facciano gli interessi dell’Occidente, quasi fossero più o meno consapevolmente coinvolti nel Progetto per un Nuovo Secolo Americano, che prevede, guarda caso, la sottomissione dei succitati paesi:
Arriviamo al punto. Perché la gente si fa fregare così facilmente?
Ho già affrontato questa questione in due articoli:
Ma c’è un testo che mi pare fornisca un quadro completo. È l’eccellente “Fraudologia: teoria e tecniche della truffa” di Matteo Rampin, Ruben Caris (2010). Da questo studio apprendiamo che i truffatori sfruttano i vizi capitali: superbia (narcisismo), avarizia (possesso), lussuria (edonismo sessuale), ira (aggressività), gola (edonismo alimentare), invidia (competizione), accidia (passività). Ricorrono ai beni materiali come fonte illusoria di certezze (anche amuleti), a dipendenze da piaceri ed appetiti, al desiderio di essere amati ed apprezzati/valorizzati/riconosciuti nei nostri meriti, di essere al centro dell’attenzione, di vedere la propria visione del mondo confermata (stabilizzazione e coerenza interna: è sufficiente assecondare le credenze della vittima), di nutrire speranze, di ricevere consolazione, al rimorso, al senso di colpa, al timore della punizione o di un “imminente stravolgimento cosmico (sic!). 
La gente ha paura di perdere quel che ha e di non ottenere quel che desidera. La gente ha anche paura delle complicazioni, della confusione, dell’imprevedibilità. Uno dei riduttori della complessità è la tendenza a pensare che il mondo sia complessivamente ordinato secondo giustizia e che i cattivi saranno puniti ed i buoni premiati (le disgrazie accadono a chi se le cerca). Ogni evidenza che indica il nostro errore viene squalificata o ignorata. Rifiutiamo ciò che non si adatta ai nostri sistemi di credenze e accettiamo le menzogne più incredibili, se ci piacciono. Decidiamo di credere ad una cosa e continuiamo a farlo anche di fronte all’evidenza del contrario.
A questo punto è sufficiente che i truffatori ci costringano a costringere la nostra convinzione da attacchi esterno per consolidarla e farla fruttare. La situazione ideale è quando uno crede di essersi persuaso da sé senza immaginare che non è così e poi desidera fortemente che la “sua” costruzione della realtà sia vera, il che accade specialmente se ci si sente minacciati.
Altri fattori che spianano la strada del truffatore sono la bellezze e la piacevolezza (una guerra umanitaria è bella e piacevole). La spettacolarizzazione  (un evento sorprendente) indirizza la mente, supera le difese che allarmerebbero la vittima (sensazionalismo mediatico). Le persone tendono ad evitare il dolore e cercare il piacere. Per questo i governi truffaldini evitano di rispondere ad un’obiezione, cosicché alcuni scettici meno determinati e sicuri reagiscono sentendosi in colpa per aver sollevato una questione indegna di essere presa in considerazione.
Una strategia semplice ed efficacissima è quella del poliziotto buono (una figura genitoriale rassicurante come la mamma) che collabora con il poliziotto cattivo (castrante ed aggressivo come papà).
La gente si fa fregare anche perché sente il bisogno di appartenere ad un gruppo e teme di esserne escluso. L’autostima, l’orgoglio la vanità impediscono di mettersi in gioco, di gridare che il re è nudo.
Un’altra brillante metodica è quella di creare il problema e poi fornire la soluzione desiderata (dal truffatore). Ad esempio si genera una crisi:
per trarre vantaggio dal bisogno di senso di fronte all’assurdo.
I governi truffaldini, per rinforzare gli effetti di una crisi, sfruttano la suggestionabilità dei cittadini ed i momenti in cui sono più vulnerabili, il senso di solitudine, la fame, l’assonnamento, la spossatezza fisica e psicologica. Un truffatore infonderà sempre un senso di urgenza e agirà in situazioni che producono confusione: incoerenza, sorpresa, incomprensibilità, sovraccarico sensoriale, inclassificabilità dell’evento nel repertorio delle conoscenze della persona, sovraccarico emotivo. Tutti questi frangenti spengono le facoltà di comprensione della realtà delle persone e spingono ad aggrapparsi ad un’ancora di salvezza, che invece è la tana del lupo.
Lupo che non è avvertito come tale perché si traveste da agnello e/o da pastore e per via della propensione ad accettare un ordine imposto dall’alto, dell’istinto gregario-gregge, della acquiescenza nei confronti di persone percepite come autorevoli, formidabili o autoritarie.
Il depistaggio dell’attenzione della vittima si realizza anche con false esche: costruendo ricordi fittizi (ricostruendo la storia), scenari futuri fittizi, eventi apparentemente casuali; rendendo apparentemente essenziali cose che non lo sono, creando problemi inesistenti e poi proponendosi di risolverli, prospettando due sole alternative (libertà di scelta ristretta, una sola opzione attraente), ben sapendo che una sarà rifiutata, oppure prospettando tante scelte ma poco diverse tra loro.
L’obiettivo del lupo è quello di mettere la vittima con le spalle al muro; deve fuggire solo nella direzione prestabilita: firma qui! Dai pure a me! Vedrai che se fai così tutto si risolverà! È tempo di agire! Questi sacrifici non saranno inutili!
I governanti truffaldini usano frasi fatte e luoghi comuni che fanno appello alla pigrizia cognitiva semplificatoria, oltre alle manipolazioni semantiche del tipo costoso = esclusivo, aborto = interruzione di gravidanza, guerra = conflitto.
Nel caso della Siria e dell’Iran entra in gioco anche la tendenza al completamento, ossia il bisogno di finire una cosa iniziata (primavera araba).

mercoledì 28 dicembre 2011

Hofer contro Napoleone




Per Luis Durnwalder, l’attuale presidente della Provincia di Bolzano, “l’idealismo di Andreas Hofer è un esempio sublime che ha segnato la storia della nostra terra”. Quello di Hofer è un esempio “anche per le future generazioni che non debbono mai scordare né l’ottimismo nell’impegno quotidiano a difesa degli ideali e dell’Heimat, né il coraggio della fede che deve restare un riferimento chiaro e incancellabile della cultura cristiana di questa nostra terra” (“Schützen e Svp più vicini: è il «miracolo» della Heimat”, Alto Adige, 20 febbraio 2006). Il sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli, ha dichiarato che: “Andreas Hofer è un mio eroe fin da quando ero bambino” (“Anche il sindaco di Bolzano commemora Hofer”, Alto Adige, 20 febbraio 2011).
La beatificazione laica della quale è stato oggetto Andreas Hofer, “Eroe della Fede” e Guglielmo Tell-Braveheart tirolese, nel corso delle celebrazioni per il bicentenario dell’insurrezione da lui guidata, ha sollevato delle perplessità. Stiamo infatti parlando di un capopopolo con il vizio del bere che si oppose valorosamente all’imperialismo napoleonico, pur sapendo che Vienna l’aveva ormai abbandonato al suo destino. La sua rivolta di popolo – al grido di Dio, Patria e Famiglia – doveva però fungere da baluardo contro l’avanzare dell’idea di diritti civili, per gli individui, per le donne, per i bambini e per le minoranze religiose ed etniche (Ebrei, Protestanti, Karrner, Rom e Sinti, ecc.), e poi del diritto internazionale, della separazione tra Stato e Chiesa, dello smantellamento del monopolio delle corporazioni, dell’obbligatorietà delle vaccinazioni antivaiolose, ecc. Gli obiettivi dei patrioti tirolesi erano tanto angusti quanto le valli dalle quali provenivano, ma gli obiettivi dell’imperialismo umanitario e civilizzatore franco-bavarese non erano meno rovinosi. È qui che vanno trovate le radici dell’attuale impasse.
A partire dalla metà del diciannovesimo secolo, i conservatori austriaci che contavano, riuniti in un’alleanza che abbracciava clero, nobiltà e proprietà fondiaria, reagirono all’assalto liberale e del cristianesimo sociale usando le celebrazioni hoferiane come nucleo centrale di un programma di mobilitazione politica che comprendeva tre strategie: manipolare il culto del Sacro Cuore di Gesù a fini politici, incoraggiare lo spirito patriottico localistico con la glorificazione di Andreas Hofer e finanziare le milizie locali (Schützenvereine) per rinsaldare i legami di lealtà tra popolino e dinastia imperiale. Il tutto “für Gott, Kaiser, und Vaterland” (Cole, 2000). L’obiettivo era quello di dar vita ad una vera e propria teologia politica di militanti cattolici e di fare in modo che la religione cattolica fungesse da unica guida morale per la vita politica e sociale tirolese, respingendo il liberal-progressismo cattolico e laico come si era fatto con le armate franco-bavaresi.
Lo storico britannico Laurence Cole ha descritto molto accuratamente la dimensione politica del culto del Sacro Cuore di Gesù, un fenomeno religioso quintessenzialmente barocco, ma decisivo per il trionfo della Contro-Riforma nel Tirolo, grazie alla sua “rappresentazione sensuale del legame personale tra il credente e il Cristo Redentore”, che serviva a sostenere un “ordinato mondo patriarcale dove ciascuno era collocato al suo posto, come decretato da Dio” (Cole, 2001, p. 83). Così, paradossalmente, l’invocazione del sacro nome di Gesù ad intercedere tra il credere e Dio era accostata al “sacrosanto” diritto di portare armi e a preservare il sistema patriarcale della primogenitura, un diritto in palese contraddizione con l’egalitarismo nonviolento predicato da Gesù il Cristo. Contemporaneamente, il tradimento, la passione ed il sacrificio di Andreas Hofer per l’imperatore, la chiesa e la patria furono sciaguratamente accomunati a quelli di Gesù il Cristo, mentre il contrasto con il neonato stato italiano spinse gli elaboratori della novella ideologia a riconfigurare l’insurrezione hoferiana come “una ribellione contro tutto ciò che era Welsch”
La costruzione di una particolare interpretazione egemonica dell’identità tirolese, a beneficio di certi gruppi di interesse, passò anche per l’estensione dell’antisemitismo tradizionale, che assunse i contorni dell’antisemitismo xenofobico, politico ed economico scagliato contro le varie manifestazioni della modernità (liberalismo, capitalismo, socialismo, cosmopolitismo, ecc.). Ci fu anche un uso politico dell’Herz-Jesu-Kult in forma difensiva, nel quadro di una retorica emergenziale che dipingeva quell’epoca come una fase cruciale dello scontro tra il Bene e il Male in cui i Tirolesi erano il Popolo Eletto destinato a fungere da scudo della vera fede. Queste non furono iniziative intraprese dal basso. Furono il risultato di un disegno politico molto ben pianificato dagli ambienti conservatori più influenti, che riuscirono a manovrare come un burattino quello che era un eroe popolano, plasmandolo a guisa di campione inconsapevole della loro causa (Cole, 2000).

Fin dalle prime battute le manifestazioni sono organizzate secondo i canoni dei processi di nazionalizzazione delle masse. Nel nostro caso si tratta della nazione tirolese, della sua unità, che viene ricercata nell’identità culturale. Siamo in linea con l’idea völkish: si afferma cioè l’unità di un Volk non solo nella sua lingua, ma anche nella sua visione del mondo. Si è tirolesi perché si è religiosi, perché non si concepisce una comunità che non sia permeata di religiosità; si è tirolesi perché si mantengono i legami con la civiltà preindustriale, con il mondo contadino, con le corporazioni artigiane. In questo quadro assume forza e carattere il concetto di autonomia del Tirolo e si definisce il profilo della “libertà” tirolese che non va confuso con quello cosmopolita della migliore tradizione borghese e liberale. La figura di Andreas Hofer diventa il veicolo di questa Weltanschauung… 
(Claudio Nolet, cf. Faustini, 1985, pp. 6-7).

Un metodo che funziona ancora oggi. Questo perché gli esseri umani sono animali simbolici; non viviamo in una nicchia ecologica, viviamo in una nicchia simbolica, immersi in simbologie di ogni tipo. Leggiamo le realtà simbolicamente, usiamo un linguaggio che è essenzialmente simbolico, compiamo azioni simboliche, cerchiamo di conferire alle nostre esistenze un valore simbolico. Dalla scelta del capo firmato, a quella dell’anello, dell’auto, dell’emblema del partito, della chiesa, della squadra, della nazione, ecc. quasi ogni momento della nostra giornata è simbolicamente pregnante. Perciò chi controlla i simboli controlla gli esseri umani. 
Ciò che avvenne in Tirolo fu che la simbologia legata all’identità contadina, al folklore rurale, all’immagine dell’idillio bucolico – descritto come una ridotta alpina in grado di reggere agli assalti rivoluzionari –, alla fede e liturgia cattolica ed alla figura dell’eroe-martire fu artatamente manipolata in modo tale da far credere alle “immorali masse di lavoratori” di essere le vere beneficiarie della sua mobilitazione, quando invece il fine era quello di conservare il più a lungo possibile la struttura piramidale della società tirolese, con i suoi monopoli corporativi, l’ignoranza, la bigotteria, la sanità arretrata, la discriminazioni di donne, bambini, omosessuali e non-cattolici, la sua scarsa mobilità sociale e la soppressione del criterio meritocratico (Cole 2000, 2001; Cole/Heiss 2007). La retorica del popolo puro, autentico e moralmente ineccepibile, custode di un’era pre-industriale, imprigionato (ewiggestrig) nel ciclo dell’eterno ritorno, attirava i turisti in cerca di esotismi e tacitava ogni forma di dissenso, immediatamente catalogato come anti-sistemico, anti-edenico (Götz 2001; Dann/Hroch, 2003).

In questa insurrezione hoferiana v’è un aspetto che merita di essere rilevato: manca, pressoché del tutto, la componente socioeconomica della lotta di classe…Anche il popolo minuto del Trentino che si batteva per la conservazione di un ordine sociale nel quale si trovava pesantemente penalizzato rispetto ai ceti privilegiati per poteri e per ricchezza...rare le manifestazioni di aspirazioni ugualitarie sul piano politico-giuridico e rare anche quelle sul piano economico per una redistribuzione della ricchezza da ottenersi con provvedimenti normativi o con la violenza di moti di piazza (Corsini, 1991, p. 221).

Andreas Hofer è, ieri come oggi, suo malgrado, il simbolo della polarità dell’integralismo intollerante, di una fede arrabbiata che non ammette repliche, antitetica alla laicità democratica, che tutela i credenti dai noncredenti e vice versa. Il simbolo di chi confonde potere e virtù, di chi crede di essere dalla parte di Dio e che la sua missione consiste nel realizzare una Società Cristiana in terra, di chi crede che il fuoco si combatta col fuoco, che per difendere i propri valori si possano compiere azioni che li tradiscono, che è giusto costringere gli altri a credere nelle stesse cose, negli stessi principi, nella stessa missione, per il loro bene. Il simbolo dei patrioti senza se e senza ma, dell’assenza di autocritica, dei tabù contro il contagio di idee sovversive (Peterlini, 2010). Nel 1896, il deputato tirolese Franz v. Zallinger esclamava orgogliosamente: “Quella tirolese è un’alleanza registrata formalmente e non una semplice consacrazione al Sacro Cuore. Il Tirolo è l’unica regione d’Europa che ha stretto un’alleanza col Sacro Cuore di Gesù attraverso i suoi rappresentanti giuridici” (Romeo, 1996). Il patto è stato rinnovato fino ai nostri giorni, tanto che gli Schützen sudtirolesi intendevano marciare con una corona di spine (!) in occasione del bicentenario della morte di Andreas Hofer ma, a causa della contrarietà dei commilitoni tirolesi, si sono dovuti accontentare di ricoprirla di rose rosse.
Ho scritto, “suo malgrado”, perché “Andreas Hofer (1767-1810). Dalle fonti alla storia” (Oberhofer, 2010), uno studio sapiente e circostanziato degli scritti del patriota tirolese (680 documenti tra lettere, appunti ed atti), ad opera di un ricercatore dell’Università di Innsbruck, Andreas Oberhofer, tratteggia la figura di un uomo semplice, di buon cuore, retto e sincero, modesto e di grande abnegazione, di discreta cultura (parlava trentino, veneziano, tirolese e tedesco, sapeva leggere e se la cavava con la scrittura), generalmente sollecito nei confronti degli altri, anche dei nemici, certamente non una testa calda e con un temperamento tutt’altro che brutale. Un uomo che, in altre circostanze, avrebbe optato, mitemente, per il motto “vivi e lascia vivere” e gioito di ciò che la vita gli avrebbe riservato, apprezzando il buon cibo, il buon bere e la buona compagnia. Era però anche un uomo ingenuo, vulnerabile, superstizioso, estremamente insicuro, impulsivo, tormentato dall’insicurezza economica, non particolarmente coraggioso (almeno fino al momento dell’esecuzione, dove invece tirò fuori l’eroe che c’era in lui). Era una personalità facilmente manipolabile che “non aveva il minimo orgoglio e lasciava che gli altri gli dessero consigli e istruzioni”, che “deve sempre porsi dalla parte di chi, del suo entourage, lo mette in buona luce”, cosicché  “chi sapeva colpire il suo cuore aveva gioco facile”. Questa, a grandi linee, era anche l’opinione che si era fatta di lui lo storico trentino Umberto Corsini. Il 2 novembre 1809, quando le cose volgevano decisamente al peggio, Hofer inviò due delegati per trattare la resa e chiedere perdono, ma pochi giorni dopo si contraddisse, lanciando un appello che incitava la popolazione ad una rivolta permanente e suicida. A chi lo interrogava, l’oste rispondeva: “Sono sopraggiunti dei mascalzoni da Bressanone che mi hanno obbligato a lanciare un nuovo appello al popolo. A lungo ho opposto resistenza, ma dovevo farlo altrimenti mi avrebbero ucciso”. Lo storico austriaco osserva che le sue missive diventano progressivamente confuse e contorte e che è lecito supporre che alcune lettere ed atti gli siano stati estorti ed altri falsificati.
Così c’è un Hofer che predica la clemenza e la compassione verso i prigionieri, da trattare “secondo il diritto delle genti”, ed un Hofer che esorta al linciaggio di chi, tra gli stessi Tirolesi, “non si adopera per la nostra giusta causa” e perciò “non va risparmiato, giacché il nostro agire è cristiano”. C’è un Hofer che invoca la giustizia sociale e l’uguaglianza, ma poi scrive: “combattiamo solo per Dio e per la fede, non per il paese e la gente”. C’è un Hofer che raccomanda di rispettare gli Ebrei ed un Hofer che li discrimina. A questo proposito, Oberhofer suggerisce che questi proclami vessatori “possono essere stati prodotti del tutto liberamente dai consiglieri”. E dunque? Abbiamo forse celebrato il bicentenario di un incolpevole burattino, vittima della più bieca Realpolitik?

venerdì 16 dicembre 2011

Tecniche di manipolazione - conoscerle per difendersi (parte prima)






Le scoperte delle scienze cognitive e della psicologia sociale sono molto utili per gli scopi di chi intende ritorcere contro gli esseri umani le vulnerabilità e le aberrazioni cognitive e comportamentali che li contraddistinguono.

lenire il dolore: la scomparsa del dolore significa felicità. Si ordina a qualcuno di gettare qualcun altro in un fiume e poi lo si recupera: salvando la sua vita, si conquista un’eterna gratitudine. Diventa quasi impossibile deprogrammare la vittima di questo salvataggio fasullo. Vale anche per le crisi economiche (generate). Si crea il problema, si offre una soluzione vantaggiosa per il manipolatore: problema – reazione – soluzione. Ripristinando l’ordine si ricevono come ricompensa gratitudine e fiducia;
disseminare un sentimento di commiserazione e condiscendenza nei confronti di chi dissente, che è ancora più efficace dell’odio. È arduo prendere sul serio le ragioni di chi è comunque destinato all’inferno, alla rovina, alla follia. Inoltre questa strategia ingenera un senso di superiorità intellettuale e morale tra le pecore del gregge. Classica è l’accusa di complottismo, che equivale ad un marchio di infamia e riduce alla condizione di appestato intellettuale chi ne è colpito (il complottismo è contagioso? Vade retro!);
capro espiatorio / strategia della distrazione: trovare una vittima designata (ebreo, rom, straniero, gay) concentrando su di essa l’insoddisfazione, la frustrazione, il risentimento della folla, che altrimenti si rivolgerebbe contro l’élite. Le masse possono arrivare ad essere grate a chi ha fornito loro un conveniente bersaglio per il loro scontento. Odiare fa stare meglio chi soffre;
elenchi di regole: indurre le pecore, cioè a dire gli esseri umani irreggimentati, a seguire quante più regole possibili (più materialiste e liberticide sono, meglio è). Devono arrivare a credere che l’osservanza delle regole li pone automaticamente dalla parte del giusto. Ciò produce gratificazione, quiete, mansuetudine che ipnotizzano ed intossicano le persone, mentalmente, emotivamente e fisicamente. Armonia = mansuetudine = controllo assoluto;
strumentalizzazione della naturale tensione verso la libertà: confondere gli animi tramutando la ricerca della libertà in una ricerca di espansività fisica: la crescita economica, l’estensione territoriale della patria, la moltiplicazione dei beni superflui, il gonfiarsi dei muscoli;
pacificazione ed unità: la gente tende a credere che unità ed integrità coincidano nella pace. Chi non crede ad una speciosa unità d’intenti imposta dall’alto è un’anima perduta, una pecora nera (cf. capro espiatorio o commiserazione);
sicurezza: il posto più sicuro in assoluto è una cella d’isolamento, ma molta gente è disposta ad accettare una condizione servile in cambio di un po’ meno ansia ed un po’ più di senso di sicurezza. Si legga la “Leggenda del Grande Inquisitore” di Dostoevskij per maggiori lumi. 
verità: ogni menzogna è efficace solo in virtù del fatto che contiene una parte di verità. Più potente questa verità (es. anelito verso la libertà), più ipnotica sarà l’illusione menzognera;
gradualità: mitridatizzazione (un po’ di veleno alla volta e ci si abitua) o rana nella pentola (butta una rana nell’acqua bollente e questa salterà fuori, fai bollire l’acqua con una rana dentro e questa si lascerà cuocere);
“doloroso ma necessario”: la gente crede all’esperto che assicura che è meglio fare un sacrificio oggi che soffrire di più domani (es. Manovra Salva-Italia). Fuori il dente, fuori il dolore;
emotività: far leva sull’emotività della gente inibisce il discernimento critico dei singoli e rende vulnerabili all’instillamento di idee ed archetipi manipolatori (cf. il film “Inception”);
sindrome del Grande Fratello: coltivare l’ignoranza, la superficialità, il culto per tutto ciò che è esteriore, dozzinale, vacuo ed il disprezzo per la cultura e le persone di cultura (anti-intellettualismo). La conoscenza protegge, l’ignoranza espone ad ogni sorta di pericolo e di manipolazione: informare per resistere;
dare la colpa alla gente per le cose che non vanno: La crisi socioeconomica è colpa della gente, non degli speculatori e dei politici consenzienti. Far leva sul senso di responsabilità. Chi si oppone è ignorante ed irresponsabile (es. la recente, patetica filippica di Ferdinando Adornato contro la Lega Nord e l’Italia dei Valori);

Per maggior dettagli su certe autolesionistiche inclinazioni umane e su come contrastarle:

giovedì 8 dicembre 2011

La polizia londinese accomuna gli indignati ad Al-Qaeda!



I giovani di Occupy Wall Street London sono, ufficialmente, una minaccia per lo Stato e la Società. 
Chi protesta contro gli eccessi del capitalismo e della alta finanza è inserito nella categoria TERRORISMO/ESTREMISMO, assieme ai terroristi islamici ed alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia.
Basterà a scuotere le coscienze e le menti di chi ancora crede di essere al sicuro nelle nostre Democrazia Avanzate? 
A proposito, "Democrazie Avanzate" ricorda un po' "Tecniche di Interrogatorio Avanzate", uno scaltro eufemismo per tortura. 

sabato 3 dicembre 2011

Magdi Allam - Viva Israele (recensione del 2008 per "Trentino")




Di fronte al fondamentalismo islamico, due sono le reazioni più comuni: cercare di comprenderne la natura per poterlo meglio contrastare e neutralizzare, oppure bollarlo come un indecifrabile male assoluto, legittimando così qualunque azione preventiva o punitiva. Magdi Allam ha scelto questa seconda via e merita la nostra attenzione, perché interpreta e riepiloga le paure e le convinzioni di milioni di persone.

Il vicedirettore “ad personam” del Corriere della Sera descrive la sua più recente pubblicazione, “Viva Israele”, come un “inno alla vita di tutti”, perché “quando si nega il diritto alla vita di Israele si innesca un meccanismo che si ritorce contro tutti, cattolici, musulmani ed ebrei”. Prova ne sia che Hamas, un’organizzazione che nega il diritto di esistere di Israele, sta rendendo impossibile la vita agli stessi Palestinesi.

Allam parla di una civiltà dell’amore e della vita, incarnata dall’Occidente e da Israele, vero “discrimine tra la civiltà e la barbarie, tra la cultura della vita e la cultura della morte, tra il bene e il male”, che però non esclude l’uso preventivo della forza contro le presunte fucine del terrorismo internazionale. Si scaglia contro il terrorismo dei taglialingua, “quelli che in cambio della nostra sopravvivenza fisica ci impongono un’esistenza da zombie, senza diritto di parola e movimento” e ci impediscono così di essere noi stessi. Per Allam “non si può scendere a compromessi con loro, pena la perdita della nostra dignità e libertà”. Chi lo fa, immedesimandosi nel sentire comune di un Occidente “pavido e spaventato”, si mette nella posizione di chi nutre un coccodrillo nella speranza di essere mangiato per ultimo.

A questo punto l’analisi di Allam purtroppo s’interrompe, quasi schiacciata dall’enormità di un’entità imperscrutabile: l’odio. Allam non s’interroga, si barrica dietro all’eterna contrapposizione tra Civiltà della Vita e dell’Amore e Civiltà dell’Odio e della Morte, che assomiglia molto al Misterium Iniquitatis cattolico, l’insondabile mistero sull’origine ed il significato del male nell’uomo. In questo modo sancisce la futilità di ogni tentativo di capire le cause di efferatezze - che lui giustamente condanna senza appello - se non altro per contrastarle e prevenirle. 

Rifiutandosi di comprendere gli altri, Allam rinuncia anche a comprendere se stesso. La sua autobiografia è infatti una pubblica sconfessione di tutte le sue credenze giovanili, che esclude ogni dialogo con il suo passato, che pure gli ha trasmesso una certa rigidezza intellettuale. Il suo stile tribunizio purtroppo trasmette la sensazione che il mondo intero sia ostaggio di fondamentalismi monoteistici, di dogmi contrapposti, di oscuri complotti internazionali volti all’islamizzazione dell’Europa e che l’unica soluzione sia aggrapparsi ad idee astratte come “umanità”, “amore”, “sacralità della vita”, “libertà, “orgoglio”, “verità”. Nel suo libro egli spiega che “Israele, insieme a papa Benedetto XVI, sono la residua speranza di salvezza della civiltà occidentale”, mentre in un suo recente intervento a Levico ha dichiarato di essere “orgogliosamente fazioso, perché sono sempre dalla parte della vita e della verità…senza accettare alcun compromesso”.

Ma storicamente questa via conduce all’inaridimento dell’autonomia di giudizio e della volontà di intendere le ragioni altrui, a rinchiudersi nella propria fortezza di inespugnabili certezze e, non ultimo, allo stravolgimento dei fini e della pratica del giornalismo.

Così, Allam, che pure è chiaramente in buona fede, confonde l’esigenza di comprendere le cause di un fenomeno globale come l’estremismo islamico con l’arrendevolezza e la connivenza. Ma chi tradisce la propria civiltà: chi evidenzia come il fondamentalismo sia più virulento proprio laddove astuti autocrati strappano importanti avalli politici occidentali in cambio della promessa di tenere a bada il fondamentalismo stesso (es. Musharraf in Pakistan e la famiglia reale saudita) – il classico serpente che si morde la coda – o chi nega il valore della conoscenza? Come si spiega dunque che la “civiltà dell’amore e della vita” finanzia ed appoggia pubblicamente degli spietati tiranni? E come si spiega lo schietto ed a tratti delirante fanatismo di chi scrive quotidianamente al forum di Allam, ambiguamente intitolato “Noi e gli altri“?

La maggior preoccupazione di Allam deriva invece dalla sua convinzione che l’Europa sia già “una roccaforte dell’estremismo islamico”, che “nella maggior parte delle moschee italiane si predica l’odio, l’antisemitismo e l’avvento di un califfato globale…perché si tratta di centri di indottrinamento ideologico” e che questa minaccia è ancor più terribile in una società italiana malata di sensi di colpa ed autolesionismo, e quindi incapace di reagire.

Allam, che pure è a contatto con persone intellettualmente eccezionali, non sembra rendersi conto della falsa semplicità della sua visione del mondo, in tutto e per tutto analoga a quella di alcuni tra i suoi critici meno articolati. Nel testo egli cita autori ed esperti quasi esclusivamente per denigrarli, non acclude una bibliografia, non dà scampo a chi vorrebbe controllare la veridicità e la credibilità delle sue fonti. In pubblico invece reagisce alle osservazioni di chi lo critica, anche garbatamente, come se fosse invariabilmente oggetto di attacchi personali o ideologici. Eppure il dovere di un giornalista dovrebbe essere quello di provare a capire le ragioni degli altri, buone o cattive che siano, per aiutare i lettori a formarsi una propria opinione.

George Orwell ammoniva che la cosa peggiore che si può fare con le parole è arrendervisi, lasciare che esse controllino i nostri pensieri. Per questo dobbiamo ascoltare e leggere Allam con grande attenzione: proprio per evitare che slogan come “Viva Israele” divengano mantra capaci di ottundere la nostra capacità di discernimento.

mercoledì 19 ottobre 2011

Madre Teresa e la violenza della fede




Ero arrivato alla conclusione che Madre Teresa di Calcutta fosse non tanto un'amica dei poveri quanto un'amica della povertà. Lodava la povertà, la malattia e la sofferenza come doni dall'alto, e diceva alle persone di accettare questi doni con gioia. Era adamantinamente contraria alla sola politica che abbia mai alleviato la povertà in tutte le nazioni – e cioè dare potere alle donne ed estendere il loro controllo sulla propria fertilità.
Christopher Hitchens

Il servizio evangelico ai più poveri dei poveri compiuto da Madre Teresa ha dato al mondo una stimolante lezione di compassione e di amore autentico nei confronti del nostro prossimo che è nel bisogno. Questa carità e questo sacrificio di sé, è una sfida per il mondo, un mondo ormai troppo avvezzo all'egoismo e all'edonismo, avido di denaro, di prestigio e di potere.
Papa Giovanni Paolo II

Indipendentemente dai giudizi che uno vuole dare sulla sua vita e sulle sue opere, Madre Teresa è stata una figura straordinaria che, pur avendo perso la fede, con grandissima abnegazione ha permesso ad altre migliaia di consorelle di assolvere la propria vocazione. Oggi è un punto di riferimento per molti di coloro che si occupano di solidarietà al cosiddetto Terzo Mondo. Proprio per questa ragione è importante capire come al successo delle sue attività si contrapponga il suo, dolorosissimo, forse immeritato fallimento personale. Nel 2008 sono state raccolte e messe sul mercato italiano le lettere e gli scritti precedentemente inediti di Madre Teresa che, a dire il vero, lei stessa aveva espressamente richiesto di non rendere pubblici (Madre Teresa, 2008). Ho ritenuto di inserire una disamina della sua vicenda terrena perché, dopo averli letti, non posso che dare ragione al suo consulente spirituale, Brian Kolodiejchuk, che nel 2007 ha deciso di pubblicare questi testi amari ma anche edificanti che ci restituiscono una Madre Teresa pienamente umana, candida, mirabilmente onesta con se stessa e con gli altri, persuasa fino all’ultimo che, essendosi assunta un incarico, doveva portarlo a compimento, ma anche che nel farlo non aveva senso razionalizzare le sue frustrazioni, disillusioni, rimpianti, sensi di colpa. Siamo al cospetto di una persona che ebbe il coraggio di guardarsi allo specchio e di non piacersi, nonostante tutto quel che aveva fatto. Un modello per tutte le persone che credono in questo tipo di missione ma sanno di dover tenere gli occhi bene aperti sulle proprie azioni e motivazioni e sugli effetti che queste producono sugli altri, su chi vogliamo aiutare. In questo senso personalmente la preferisco a un Gandhi e ad un Tolstoj, che a mio avvisto peccarono di autoreferenzialità, individualismo e freddezza. Madre Teresa non lasciò che le astrazioni le facessero perdere di vista le persone in carne ed ossa ed ebbe il coraggio di affrontare a viso aperto l’oscurità interiore, invece di relegarla ai margini con l’aiuto di uno stuolo di seguaci. Per questo non si tratta di una lettura facile, almeno per chi ha a cuore le sorti del prossimo, per chi preferirebbe vivere in un mondo in cui chi vuole davvero fare del bene agli altri trovi il modo di farlo in piena letizia e con la piena soddisfazione di chi ne beneficia. Purtroppo non fu il caso della piccola Madre Teresa, che già l’8 febbraio del 1937 confidava al confessore Franjo Jambreković “più spesso ho per la mia compagna l’oscurità” (Madre Teresa, 2008, p. 31). Qualche anno dopo, nel settembre del 1946, durante un viaggio in treno, riceve la prima di una serie di “locuzioni interiori” – che chiamava la “Voce”, attribuendole ad un Cristo immensamente sofferente, ancora segnato dalla Passione – e che suscitarono le perplessità dell'arcivescovo Ferdinand Périer. Eccone alcuni estratti: “rifiuterai di fare questo per Me?” “Hai paura di compiere un altro passo per il tuo sposo, per Me, per le anime? La tua generosità si è raffreddata? Vengo dunque al secondo posto per te? Tu non sei morta per le anime, ed è per questo che non ti preoccupi di ciò che accade loro; il tuo cuore non è mai sprofondato nel dolore come quello di Mia Madre. Entrambi abbiamo dato tutto per le anime, e tu?” “So che tu sei la persona più incapace, debole e peccatrice, ma proprio perché sei così voglio servirMi di te per la Mia gloria! Rifiuterai?” “Tu soffrirai e già ora soffri, ma se sei la Mia piccola sposa, la sposa di Gesù crocifisso, dovrai sopportare questi tormenti nel tuo cuore” “Piccola mia, damMi anime, le anime dei poveri…son loro che desidero ardentemente…rifiuterai? Chiedi a Sua eccellenza di donarmi questo in ringraziamento per i venticinque anni di grazia che gli ho dato” (p. 59). In seguito la Voce, che si identifica esplicitamente come Gesù il Cristo, si diceva molto ferito per i timori e le esitazioni di Madre Teresa e precisava di volere “suore indiane vittime del Suo amore” e “Quanto desidero entrare nei loro [dei bambini poveri in India] “buchi”, nelle loro case buie e infelici. Vieni, sii vittima per loro! Nella tua immolazione, nel tuo amore per Me, loro vedranno Me, Mi conosceranno, Mi vorranno” (p. 88). “Obbedisci soltanto, obbedisci con molta gioia e prontezza e senza fare domande. Obbedisci soltanto. Non ti abbandonerò mai, se obbedisci” (p. 108). Nel corso dell’anno successivo, le locuzioni ebbero termine: “da allora non né udito, né visto nulla, so che tutto ciò che ho scritto è vero” (109).
Come detto, le autorità ecclesiastiche, nella persona dell’arcivescovo Périer, inizialmente molto scettiche, la invitarono a “prendere in considerazione tutti i pensieri ispirati da Nostro Signore, ma senza soffermarsi su voci o fenomeni soprannaturali”. Padre van Exem, suo confessore, le rivelò che l’arcivescovo non era interessato alle sue voci e visioni. Lei rispose che non sarebbe stato un problema: “sono arrivate senza invito e poi se ne sono andate. Non mi hanno cambiato la vita. Mi hanno aiutata ad essere più fiduciosa e ad avvicinarmi di più a Dio. […]. Non so perché siano venute, né cerco di scoprirlo. Sono felice di lasciare che Lui faccia di me ciò che più gli piace” (p. 98). L’arcivescovo restò però dubbioso: “è possibile che per lei [Madre Teresa] tutto sia chiaro come la luce del giorno. Per quanto mi riguarda, non posso dire la stessa cosa” (p. 101).
A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta la separazione dal Cristo si fece sempre più dolorosa ed implacabile per Madre Teresa. Il 18 marzo del 1953 si decise a confessare all’arcivescovo Périer la sua penosa condizione interiore: “Per favore, preghi specialmente per me, affinché io non rovini il lavoro di Gesù e Nostro Signore si riveli, perché c’è una così terribile oscurità dentro di me, come se tutto fosse morto. Mi sono sentita così più o meno da quando ho dato inizio all’opera. Chieda a Nostro Signore di darmi coraggio” (p. 157). L’arcivescovo non parve comprendere appieno la gravità della situazione, forse perché la descrizione che ne fece Teresa era estremamente stringata. Nel gennaio del 1955 si aggiunse la solitudine: “nel mio cuore vi è una tale profonda solitudine da non poterla esprimere”. Nel 1956 il gelo interiore: “dentro di me tutto è freddo come il ghiaccio. È solo quella fede cieca che mi fa andare avanti, perché in realtà per me tutto è tenebra. Finché Nostro Signore ha tutto il piacere, io, veramente, non conto”. Nel 1957 fu la volta di un senso di annichilimento: “se lei solo sapesse che cosa sto passando. Egli sta annientando ogni cosa in me” e di assoluta sfiducia: “C’è tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo…La salvezza delle anime non desta il mio interesse, il Cielo non significa nulla per me: mi sembra un luogo vuoto. Pensarci non ha alcun senso per me”. Nel 1958 Madre Teresa, dimostrando un’ammirevole onestà intellettuale e morale per qualcuno che aveva dedicato la sua intera vita ad un singolo, grandioso progetto, faticava a convivere con la sensazione di una profonda ipocrisia: “Il sorriso è un grande mantello che copre una moltitudine di dolori”. Per fortuna non era stata completamente abbandonata. Una nuova grazia le giunse come pioggia nel deserto verso la fine dello stesso anno, colmando di amore il suo cuore. Purtroppo fu di breve durata: dopo un mese scompare e tornarono le perpetue afflizioni. Nel 1959, sconsolata ed estenuata, scrisse una struggente lettera a Cristo: “Signore, mio Dio, chi sono io perché tu mi abbandoni?La figlia del Tuo amore, e ora diventata come la più odiata, quella che hai gettato via come non voluta e non amata. Io chiamo, io mi aggrappo, io voglio…e non c’è nessuno a rispondere, nessuno a cui mi possa aggrappare, no, nessuno. Sono sola. L’oscurità è così fitta e io sono sola, non voluta, abbandonata….Anche nel profondo, dentro, non c’è nulla se non vuoto e oscurità. […]. Quando cerco di elevare i miei pensieri al Cielo c’è un vuoto che mi condanna, tanto che quegli stessi pensieri si ritorcono su di me come lame affilate e feriscono la mia stessa anima. Amore…questa parola non suscita nulla. Mi viene detto che Dio mi ama, e tuttavia la realtà dell’oscurità, del freddo e del vuoto è così grande che niente tocca la mia anima….Ho fatto un errore ad abbandonarmi ciecamente alla chiamata del Sacro Cuore? […] Se ciò Ti porta gloria, se Tu ottieni una goccia di gioia da questo, se le anime sono portate a Te, se la mia sofferenza sazia la Tua Sete, eccomi, Signore, con gioia accetto tutto fino alla fine della vita e sorriderò al Tuo Volto Nascosto, sempre” (p. 194-195). Il 3 settembre 1959, in un’altra lettera indirizzata a Gesù e scritta su richiesta del suo confessore, affidò i suoi angoscianti turbamenti: “Per che cosa mi affatico? Se non c’è Dio non ci può essere anima, se non c’è anima, allora anche tu, Gesù, non sei vero, Cielo…quale vuoto”. Ma insistette, indomita: “voglio saziare la Tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me” (p. 202).
L’anno dopo, sempre più sconfortata, si appella ad un inquietante simbolismo: “in me il sole delle tenebre risplende”. Padre Neuner restò stupefatto nello scoprire che la notte oscura dell'anima di Teresa si prolungava ormai da anni e fosse così profonda. Madre Teresa, peraltro, non si riconobbe mai nella figura di San Giovanni della Croce e nella sua esperienza oscura e non chiamò mai “notte oscura” la sua condizione. Neuner le consiglia di accettarla fatalisticamente, confidando nei disegni della Provvidenza. Lei lo fece e “per la prima volta in questi undici anni sono giunta ad amare l’oscurità […]. Se mai diventerò una santa, sarò di sicuro una santa dell’oscurità”. Ma non per questo era disponibile a tacitare la sua coscienza, neppure in nome dell’utile. Con onestà nel 1962 dichiarò che il peso della vergogna diventava difficile da sostenere: “le persone dicono di essere attratte a Dio vedendo la mia salda fede. Questo non è ingannare la gente? Ogni volta che tento di dire la verità – che io non ho fede – le parole semplicemente non escono, la mia bocca rimane chiusa”. Quanti altri sarebbero in grado di ammetterlo? O di confessare che il senso di svuotamento le ha tolto anche l’amore per gli altri, per i pazienti di cui si prende cura e per le altre suore? “li amo quanto amo Gesù e ora, dato che non amo Gesù, non amo neanche loro”. Era il 1967 e Madre Teresa era consapevole del fatto che Gesù definiva Satana “Padre della menzogna” e non voleva in alcun modo favorirne i piani.
A questo punto, dopo 38 anni di sofferenza e di oscurità, la Voce ritorna, ma non si rivolge a lei, bensì a un sacerdote romano, al quale comanda: “Dì a Madre Teresa: “Ho sete”. Il sacerdote spiega: “la udii non tanto come una richiesta, ma piuttosto come un ordine. Devo qui specificare che non ho mai avuto né prima né dopo un’esperienza simile: non sono incline alle suggestioni. Non ho mai avuto né mi aspetto visioni o locuzioni. Piuttosto, per natura sono diffidente nei riguardi delle manifestazioni soprannaturali. Tuttavia mi sentii spinto fortemente a rispondere a quella singolare Ispirazione”.
Molti sono stati i critici dell’opera di Madre Teresa e di certe sue scelte anche discutibili (Shields 1998; Chatterjee, 2003; Hitchens, 2003) e molti sono stati i lettori sconvolti dalle rivelazioni sul malessere spirituale di Madre Teresa. Trovo però che il travaglio interiore che emerge da quelle pagine sia reale, sincero e lacerante e un’anima dubbiosa è la rivendicazione più grande che avrebbe potuto fare per sé, è quel che le dona una statura positivamente eroica, non tutto il servizio, più o meno lucido, di una vita.
Riflettere sulla vita e sulle sofferente di Madre Teresa ci aiuta ad apprezzare le argomentazioni di quegli esperti di aiuti al terzo mondo che si lamentano del fatto che la filantropia è dannosa, che rende chi la riceva sempre più servo e sempre meno libero, che l'unico modo per sanare i mali del terzo mondo sarebbe rinunciare a certi nostri privilegi, rendere più equo il sistema economico e non votare per politici che fomentano guerre civili o colpi di stato e favoriscono il grande capitale neo-coloniale. Invece molti di noi hanno incontrato Madre Teresa, ci siamo “innamorati” di questa donnina vestita così umilmente che passava tutto il tempo coi poveri, abbiamo pagato la nostra quota filantropica per mettere a tacere la coscienza e poi abbiamo continuato a seguire le regole di un mondo che crea povertà e che rende necessaria anche la filantropia, in mancanza di meglio. Così facendo abbiamo impedito che a Calcutta o in Kenya si costruissero cliniche igienicamente e sanitariamente all’altezza delle nostre. Abbiamo alimentato il risentimento ed il fondamentalismo. Abbiamo perpetuato l'immagine di un Terzo Mondo che non riesce a risollevarsi autonomamente, che è come un infante da allevare e da tenere per mano. Abbiamo trasformato un essere umano – Madre Teresa – nell’ennesimo idolo, in un essere semi-divino che non può per sua natura provare afflizioni e necessitare delle cure che amministrava ai malati, una donna che non deve chiedere mai, che non deve dipendere da chi le sta intorno, affidarsi a loro, esplicitare i suoi tormenti cercando conforto. Non è una spaventosa contraddizione che la nostra società sia riuscita a manipolare a tal punto la vocazione di questa donna così semplice e ben intenzionata, che non desiderava fare altro che rendersi disponibile ed utile al prossimo e a Dio, da trasformarla in un’icona dei peggiori vizi della contemporaneità?