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domenica 11 dicembre 2011

Mai sottovalutare l'Iran - La tragica sorte dei kamikaze israeliani



Questo è il drone stealth modello RQ-170 Sentinel, modellato sul progetto del bombardiere stealth B-2.


Questo è l’Horten 229, aereo sperimentale nazista mai entrato in servizio.

Ci sono due possibilità in merito alla vicenda del drone americano catturato dagli Iraniani e solo una è plausibile. La prima, implausibile, è che il drone sia precipitato per conto suo, a causa di un malfunzionamento. In alternativa, è stato intercettato e catturato dagli Iraniani. In questo secondo caso gli Iraniani sono muniti di tecnologie di altissimo livello, all’altezza di quelle americane, ed ora hanno accesso alla tecnologia supersegreta contenuta nel drone. Nel primo caso significherebbe che la tecnologia americana non è poi così affidabile e in ogni caso sarà presto nota agli Iraniani. In entrambi i casi quel che è accaduto è una grave ed imbarazzante defaillance per gli Americani ed un terribile monito per un governo israeliano che fosse formato da politici responsabili.
Il fatto che il drone sia virtualmente intatto sembra escludere la possibilità che sia caduto. Ne consegue che gli Iraniani sono capaci di interrompere i comandi di controllo satellitare per poterlo dirottare e farlo atterrare quasi in sicurezza in un’area priva di campi di atterraggio. Un vero capolavoro. Ed ora i loro ingegneri elettronici hanno la possibilità di esaminare l’equipaggiamento ed il sistema di comunicazione e controllo.
Com’è possibile che gli Iraniani siano stati in grado di individuare un velivolo che non dovrebbe praticamente lasciare alcuna traccia sui radar? C’è chi punta il dito sulla prontezza con la quale gli Israeliani hanno venduto ai Russi le stesse tecnologie che hanno procurato agli Stati Uniti.
Quindi è ipotizzabile che Russi e Cinesi possano aver approntato un eccellente sistema di difesa per gli Iraniani, anche per poter arrestare l’espansione del colonialismo americano nell’Asia Centrale.

Intanto Netanyahu ha fatto capire che finché l’Iran resta una minaccia per Israele, sponsorizzando Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza, non ci sarà la pace in Medio Oriente. Perciò, orwellianamente, l’unica via per la pace è la guerra. Avner Cohen ("A New Nuclear Reaction", Haaretz, Nov 21, 2011), ricorda che il bombardamento del reattore nucleare iracheno di Osirak nel giugno del 1981 ha significato l’inaugurazione di una dottrina israeliana che comporta l’accettazione del coinvolgimento in un conflitto esteso pur di impedire che potenze mediorientali ostili ad Israele si dotino di armi atomiche, prospettando un Secondo Olocausto, questa volta nucleare. Anche al tempo di Osirak l’intelligence israeliana aveva sconsigliato quell’attacco e una parte del governo – incluso il ministro  della Difesa – era ferocemente contraria ad un’azione che giudicavano sconsiderata. Begin lo ordinò ugualmente. Quel che si è appreso successivamente è che l’attacco spinse Saddam Hussein ad intraprendere sul serio un programma di armamento nucleare, che si concretizzò entro 3 mesi, con la prima produzione di uranio arricchito invece che di plutonio. Dunque la vittoria israeliana fu una vittoria di Pirro che arrecò più svantaggi che benefici, ma ora serve da modello per quel che intendono fare gli Israeliani nel 2012.

Gli Stati Uniti hanno già elaborato i possibili scenari conseguenti ad un attacco all’Iran della durata di tre giorni e sono sempre più riluttanti a farsi coinvolgere da Israele, che al contrario è sempre più aggressivo. I vari Segretari alla Difesa statunitensi ce l’hanno messa tutta a farsi promettere da Netanyahu che non ci sarà un attacco israeliano senza che gli Stati Uniti siano preavvertiti, fallendo. Israele ha testato i missili Jericho III che possono essere lanciati dai sottomarini ed ha effettuato delle esercitazioni aeree congiunte con le forze aeree italiane sopra la Sardegna, con un raggio di 800 km e, prima ancora, fino a Gibilterra. La cyber-guerriglia israeliana non sarebbe intesa a bloccare il programma nucleare iraniano, ma a neutralizzare le difese antiaeree e la rete elettrica dell’Iran (Eli Lake, "Israel's Secret Iran Attack Plan: Electronic Warfare," The Daily Beast, Nov, 16, 2011).  

Come si svolgerebbe l’attacco israeliano?
Come nel 1981, meno di un centinaio di aerei attraverserebbero lo spazio aereo turco e non potrebbero tornare sulla stessa rotta, perché la Turchia non lo permetterebbe. Dunque dovrebbero rientrare attraversare Iraq e Giordania, confidando nel fatto che non reagiranno (il che non è scontato). Il passaggio nei cieli siriani sarebbe immediatamente segnalato agli Iraniani, che non sarebbero quindi colti di sorpresa. La carenza di rifornimento aereo in volo condannerebbe molti aerei ritornanti. Diversamente da Iraq 1981 e Siria 2007, i siti iraniani sono numerosi, sotterranei, fortificati e ben protetti da missili antiaerei: servirebbero centinaia di missioni per intaccare il programma atomico – che sarebbe comunque solo ritardato. Un’operazione di rara complessità che gli Israeliani non hanno mai incontrato prima e che molto probabilmente sottovalutano drammaticamente.

Come reagirebbe l’Iran?
Israele ha perso la guerra del 2006 contro Hezbollah in Libano, grazie a missili teleguidati relativamente economici di fabbricazione russa ed iraniana che hanno rivelato la vulnerabilità dei carri armati Merkava, degli aerei prodotti negli Stati Uniti e delle navi israeliane, pur protette da sofisticati sistemi di difesa. Se Israele ha scelto di non insistere in Libano è perché si è reso conto che la cosa si stava risolvendo in un disastro. Dopo 5 anni non è detto che Israele abbia colmato il gap tecnologico. Anzi, questo potrebbe essersi persino ampliato. Sono passati 5 anni e l'Iran ha continuamente migliorato il proprio apparato bellico, cosciente com'è della forza che potrebbe trovarsi a fronteggiare. Un attacco all’Iran scatenerebbe la reazione di Hezbollah, che farebbe arrivare una pioggia di missili scud sui centri abitati israeliani. Lo stesso potrebbe fare la Siria (che è ufficialmente ancora in guerra con Israele). Israele riuscirebbe a intercettarne solo una piccola parte.

Cosa farebbero gli Stati Uniti?
Due tra i più alti ufficiali dell’esercito americano, il generale Martin Dempsey, capo di stato maggiore delle forze armate americane e il generale James Mattis, comandante dello United States Central Command (che sovrintende al teatro medio-orientale e dell’Asia Centrale), hanno chiesto ad Obama di dissuadere Israele dal compiere quella che considerano una follia. Obama ha risposto che Israele è una nazione sovrana.
Ciò espone alle rappresaglie iraniane tutte le basi americane dell’area, assieme alla quinta ed alla sesta flotta. Panetta ha rampognato Netanyahu, dicendogli che il suo dovere è quello di sedersi al tavolo delle trattative con i Palestinesi e che un alleato deve mostrare senso di responsabilità, non comportarsi come un caporione. Non è stato ascoltato.

Sono sempre più convinto che Israele si stia avviando verso un Secondo Olocausto, nella convinzione che solo così potrà prevenirlo (tragiche ironie della storia):

FONTI:

sabato 10 dicembre 2011

Cuba, Venezuela, Brasile, Messico e il nuovo 11 Settembre (atomico?)



Il 6 dicembre il vice primo ministro israeliano e ministro per gli Affari Strategici, Moshe Yaalon, in visita in Uruguay, ha accusato l’Iran di introdurre il terrorismo in America Latina, con l’appoggio di Chávez, per poter colpire gli Stati Uniti e gli interessi israeliani e dei loro alleati, attraverso un'infrastruttura che rimanga dormiente per un certo periodo, prima di attaccare.
Yaalon cita il caso del fallito attentato all’ambasciatore saudita negli Stati Uniti. Per inciso, pochi credono ancora a quella sciocchezza. Juan Cole (Richard P. Mitchell Collegiate Professor of History at the University of Michigan) elenca le ragioni per cui "costui non può essere la risposta iraniana a 007":
10. Arbabsiar era conosciuto a Chorpus Christi, in Texas, “per essere un ridicolo demente”;
9. Probabilmente a causa di un accoltellamento subito nel 1982, soffriva di un disturbo della memoria a breve termine;
8. Perdeva continuamente il suo telefono cellulare;
7. Non trovava mai le chiavi;
6. Dimenticava continuamente il borsello e i documenti nei negozi;
5. Era “praticamente disorganizzato”, ha sottolineato un suo ex socio d’affari;
4. Nella sua attività di co-titolare di una rivendita di auto usate, perdeva sempre i documenti di proprietà dei veicoli;
3. Arbabsiar, ben lungi dall’essere un fondamentalista islamico sciita, pare sia stato un alcolista; il suo soprannome è “Jack” per la sua passione per il whisky Jack Daniels;
2. Arbabsiar non solo abitualmente beveva all’eccesso, ma si faceva di canne e andava a prostitute. Una volte disse ad alta voce in un ristorante che sarebbe tornato in Iran, dove avrebbe potuto avere una ragazza per soli 50 dollari. Era un uomo rozzo e fu anche sbattuto fuori da alcuni locali;
1. Tutte le sue imprese d’affari sono fallite, una dopo l’altra.
Sempre stando alla affermazioni di Yaalon, l’Iran starebbe cercando di esportare la rivoluzione iraniana nei paesi limitrofi, in Libano, in Palestina e poi in Occidente, avvalendosi delle reti di narcotrafficanti. Agli Iraniani non serve il passaporto per entrare in Venezuela e ciò faciliterebbe il compito dei terroristi in tutto il Sudamerica. Yaalon non capisce perché il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) vogliano stringere accordi commerciali con la Palestina, che “esporta solo terrorismo e missili”; vede nell’attacco all’ambasciata inglese a Teheran la prova che l’Iran è una minaccia non solo per Israele, ma per il mondo intero; avverte che se l’Iran non annullerà il suo programma nucleare dovrà decidere se “preferire la bomba nucleare oppure continuare ad esistere come stato”.  
Infine ha paragonato la vittoria alle elezioni egiziane degli islamici alla rivoluzione iraniana del 1979:

La vicenda va inquadrata nell’ambito delle attività propagandistiche dell’American Enterprise Institute, una fondazione ultrareazionaria che ha modellato la politica estera dell’amministrazione Bush direttamente o indirettamente, attraverso commissioni e consigli. Oltre ad Oriana Fallaci, che ad esso era legata non-ufficialmente, tra i nomi di spicco figurano una serie di falchi:  John Bolton, Lynne Ann Cheney, moglie di Dick Cheney, ex vicepresidente di George W. Bush, Newt Gingrich, uno dei due favoriti per la candidatura a sfidante repubblicano di Obama, Paul Wolfowitz, ex segretario alla Difesa e presidente della Banca Mondiale e Irving Kristol, forse l’intellettuale di destra più influente negli Stati Uniti:
Ennio Emanuele Piano ha riassunto molto bene i punti chiave della posizione dell’AEI sui rapporti tra Iran, Hezbollah e Venezuela:
“Il protagonismo del gruppo terrorista sciita in Sud America risale ai primissimi anni di esistenza, quando la leadership del movimento decise di impegnare parte delle sue energie nella "tri-border area", ovvero la zona in cui si incontrano i confini di Argentina, Paraguay e Brasile. Scopo di questa presenza era quello di creare delle cellule tendenzialmente indipendenti che avrebbero dovuto adoperarsi nella raccolta di denaro da inviare in Medio Oriente per il finanziamento delle attività terroristiche del gruppo. Per il raggiungimento di tale scopo gli uomini di Hezbollah hanno iniziato ad operare in ogni ambito della criminalità organizzata, dal riciclaggio di denaro sporco ai vari traffici illeciti, tra i quali naturalmente quello di stupefacenti. Nel giro di vent'anni le poche cellule iniziali si sono moltiplicate fino a raggiungere il numero di 460 (secondo una stima riportata dallo studio), e sono oramai capaci di garantire al quartier generale in Libano finanziamenti per una cifra tra i trecento e i cinquecento milioni di dollari all'anno.
Quello della raccolta di finanziamenti non è però l'unico ambito in cui queste cellule si muovono. Al contrario per esse hanno pari importanza altre due attività che mostrano come l'Iran veda nel continente sudamericano un fondamentale campo di battaglia nella guerra globale agli Stati Uniti: la prima è la fondazione di moschee di culto sciita dove propagandare il messaggio Khomehinista: la seconda riguarda invece "logistica, pianificazione, sorveglianza ed esecuzione delle missioni" di stampo terroristico. Per i due autori "la crescente presenza di Hezbollah nell'Emisfero Occidentale può essere compresa unicamente nel contesto della realizzazione degli obiettivi strategici del suo mandante, l'Iran", che non a caso negli ultimi anni ha lavorato diplomaticamente per la creazione di un fronte comune in funzione antiamericana assieme ai Paesi dell'ALBA, il gruppo dei regimi d'ispirazione bolivariana voluto e politicamente guidato dal caudillo Hugo Chavez. A conferma del suddetto impegno diplomatico basti il dato seguente: negli ultimi sei anni l'Iran ha aperto nel continente sudamericano quattro ambasciate che si aggiungono alle sole sei precedentemente operanti. In questo modo, grazie anche al protagonismo di Mahmoud Ahmadinejad, il regime di Teheran è riuscito a rompere l'isolamento internazionale che lo caratterizzava da decenni, trovando inoltre alleati pronti ad opporsi, all'interno del consesso internazionale, alle pesanti sanzioni politiche, economiche e finanziarie contro il regime dei Mullah. Oltretutto i legami con Caracas hanno garantito alla Repubblica islamica di insediare nel bel mezzo dell'Oceano, sulla venezuelana isola Margarita, il principale centro di comando di Hezbollah nella regione.
[…].
Altro particolare di non poca importanza che caratterizza il "Network Rabbani" è rappresentato dal rapporto instauratosi con l'imam sunnita radicale della moschea di San Paolo, Taki Eldyn, già uomo legato ad Al Qaeda, tanto che nel 1995 incontrò in Argentina il prigioniero di Guantanamo ed ex braccio destro di Bin Laden, Khaled Sheyk Mohammed. Sebbene si sia trasferito in Iran, Rabbani continua ad operare in prima persona nella regione, naturalmente sotto copertura e grazie a falsi documenti (secondo l'Interpol), ed in particolare in Brasile (con l'aiuto del succitato Eldyn), lo stato latinoamericano con la più numerosa comunità islamica, stimata attorno al milione di persone, bacino di importanza strategica per il proselitismo jihadista.
Noriega e Càrdenas dedicano buona parte dello studio ai movimenti del Partito di Dio e dei Servizi iraniani nel Messico sottolineando quanto stretto sia il rapporto tra questi ed i cartelli della droga locali. "Francamente -scrivono i due autori- sarebbe molto sorprendente se non ci fosse collaborazione alcuna tra Hezbollah e Cartelli messicani, visti gli ovvi benefici per entrambi i gruppi. I cartelli hanno la possibilità di entrare nei traffici di Hezbollah e approfittare dei suoi esperti di esplosivi e dei legami con i trafficanti di droga in Medio Oriente e Asia del Sud. Hezbollah ha invece la possibilità di insediarsi in un ambiente incontrollato e con largo accesso al confine degli Stati Uniti, ed allo stesso tempo promuovere azioni dannose per minare la pace sociale degli statunitensi". Una volta penetrati negli States, difatti, i membri di Hezbollah si mettono in contatto con le comunità sciite presenti nel territorio e si adoperano nella propaganda Jihadista e nella raccolta di fondi, proprio come nei Paesi sudamericani, con la piccola differenza del trovarsi proprio nella pancia del nemico, con tutte le pericolose conseguenze che questo comporta per la sicurezza nazionale del "Grande Satana". Che la questione non sia da prendere sottogamba l'hanno capito anche a Washington, dove la Repubblicana del Sud Carolina Sue Myrick, membro della Commissione Intelligence della Camera, ha chiesto formalmente al Segretario della Sicurezza Nazionale la creazione di una "Task Force" con la partecipazione delle autorità messicane per monitorare e contrastare la presenza di Hezbollah lungo il confine.
Nelle conclusioni i due analisti dell'AEI tracciano un quadro d'insieme a tinte molto fosche dal quale si evince chiaramente come la strategia iraniana nell'"Emisfero Occidentale" sia tesa a colpire gli interessi statunitensi nella regione e creare una sorta di Polo Antiamericano assieme ai membri dell'ALBA (Ecuador, Bolivia, Venezuela cui va aggiunta anche la Cuba dei fratelli Castro) ed ai gruppi più volenti che operano nel campo della criminalità organizzata. Difficile non vedere in questo "accerchiamento" anche un piano iraniano per assicurarsi contro eventuali interventi militari USA in Persia (la qual cosa è stata confermata pubblicamente da un alto esponente delle forze armate della Repubblica islamica durante un viaggio in Bolivia lo scorso maggio), quasi a ricalcare i movimenti sovietici per il Sud America durante la Guerra Fredda:
L’ex inviato negli Stati Uniti per Radio Vaticana, Paolo Mastrolilli, sulla Stampa, ha ripreso questo “quadro accusatorio” dell’AEI in un articolo intitolato "Le basi in Sud America di Hezbollah e Pasdaran", poi rimosso. È riportato qui:
Ecco i passi salienti: “Dietro il tentativo di assassinio dell’ambasciatore saudita negli Stati Uniti c’è il «Piano Orizzonte», ovvero il tentativo delle Guardie rivoluzione iraniane e degli Hezbollah libanesi alleati di Teheran di insediarsi nell’emisfero occidentale per poter colpire con più facilità gli interessi di Washington. «Afaq» (Orizzonte) è il nome di un piano d’azione redatto da Hassan Nasrallah, sceicco degli Hezbollah a Beirut, per creare delle centrali operative in Messico, Cuba e Venezuela dove far confluire agenti, reclutare localmente nelle comunità sciite ed accumulare informazioni su possibili obiettivi avversari al fine di consentire alla «Forza Al Quds», emanazione all’estero delle Guardia della rivoluzione iraniana che risponde agli ordini della Guida Suprema Alì Khamenei, di poter realizzare azioni spettacolari. Disporre di un tale «network» punta a consentire a Teheran di poter minacciare rappresaglie dirette contro il territorio degli Stati Uniti in caso di un crisi militare nel Golfo Persico.
A svelare l’esistenza del «Piano Orizzonte» sono documenti di servizi di intelligence occidentali che «La Stampa» ha potuto visionare, relativi all’allarme per l’imminente arrivo in America Latina di un imprecisato numero di «inviati» degli Hezbollah in coincidenza con la festa musulmana di «Id al-Adha», dal 6 al 9 novembre, che consente di giustificare arrivi e partenze con la cooperazione religiosa a favore di numerose moschee sciite in più nazioni. Il network si basa su tre tasselli: ambasciate iraniane, agenti di Hezbollah in arrivo dal Medio Oriente e moschee sciite che li attendono per svolgere attività apparentemente di tipo religioso. Al centro del tentativo di insediamento nell’emisfero occidentale c’è il Messico e in particolare la città di Tijuana, alle porte degli Stati Uniti, dove la struttura degli Hezbollah ruoterebbe attorno ad un designer grafico di nome Ali Jamil Nasser, di circa 30 anni, che avrebbe ricevuto negli ultimi mesi messaggi e comunicazioni direttamente da Mustafa Badr al-Din, il capo delle operazioni all’estero di Hezbollah che ha sostituito in questo incarico il super-terrorista Imad Mughniyah dopo la sua uccisione a Damasco. Nel 2010 l’intelligence messicana, in cooperazione con altri servizi occidentali, era riuscita a smantellare una rete informativa degli Hezbollah che operava proprio nella regione di Tijuana, ed ora la volontà di tornare a renderla operativa in tempi così stretti coincide con le rivelazioni del dipartimento di Giustizia americano sul fatto che il complotto per assassinare l’ambasciatore saudita a Washington è passato proprio attraverso il Messico.
I servizi di intelligence occidentali ritengono che la «piattaforma messicana» sia stata identificata da Hezbollah e Forza Al Quds come un indispensabile canale logistico per spostare velocemente uomini, informazioni e materiali fra l’America del Nord e del Sud, rendendo possibili operazioni su entrambi i fronti. Ad alimentare la piattaforma messicana, secondo i documenti, è il «ramo caraibico» di «Piano Orizzonte», ovvero i progetti per insediare in più località dell’isola di Cuba elementi di un’unità degli Hezbollah dipendente direttamente da Badr al-Din e dal suo stretto collaboratore Talal Hamia. Lo schema immaginato prevede che la base cubana divenga il posto dove gli agenti in arrivo dal Medio Oriente possono fare tappa per essere riforniti di valuta dei Paesi dove andranno ad operare e dei relativi documenti di identità, ovvero passaporti brasiliani, argentini, colombiani e paraguaiani, ma anche, se necessario, di Paesi europei. L’ultimo tassello è il Venezuela di Hugo Chavez - dove i cittadini iraniani possono entrare senza visto -, identificato come la base di partenza delle operazioni degli inviati Hezbollah in America del Sud ed anche come possibile luogo di rifugio per gli agenti bisognosi di protezione dopo aver realizzato azioni contro gli interessi americani".

Qui il rapporto in inglese dell’AEI:
http://www.aei.org/article/foreign-and-defense-policy/regional/latin-america/the-mounting-hezbollah-threat-in-latin-america/

mercoledì 7 dicembre 2011

Perché Israele non attaccherà l'Iran (secondo Uri Avnery)



Perché Israele non attacchera' l'Iran
Secondo Uri Avnery, scrittore e pacifista israeliano, Israele non attaccherà l'Iran. In questo articolo ci spiega perché.
10 novembre 2011 - Uri Avnery
Fonte: www.counterpunch.org - 03 novembre 2011

Tutti hanno bene a mente la classica scena a scuola del ragazzetto che ha una discussione con un tipo più grosso di lui. “Trattenetemi” grida rivolto ai suoi amici, “prima che gli rompa le ossa”.
Il nostro governo sembra comportarsi alla stessa maniera. Ogni giorno, attraverso tutti i canali, fa sapere a gran voce che da un momento all'altro romperà le ossa dell'Iran.
L'Iran sta per mettere a punto un ordigno nucleare. Non possiamo permetterlo. Quindi dobbiamo raderli al suolo.
Binyamin Netanyahu lo dice in ognuno nei suoi innumerevoli discorsi, incluso quello d'apertura della sessione invernale del Knesset (parlamento d'Israele). Allo stesso modo fa Ehud Barak. Ogni cronista che si rispetti (qualcuno ne ha visto mai uno che non si rispetti?) scrive sull'argomento. I media ne amplificano il tono e il furore.
“Haaretz” ha sbattuto in prima pagina le foto dei sette ministri più importanti (il “settetto di sicurezza”) annunciando che tre sono favorevoli all'attacco, quattro contrari.
* * *
Un proverbio tedesco dice: “Le rivoluzioni annunciate in anticipo non hanno mai luogo”. Lo stesso vale per le guerre.
Le questioni nucleari sono soggette a una censura militare molto rigida. Ma davvero molto rigida.
Tuttavia il censore sembra sorridere benevolmente. Lasciate che i ragazzi, compresi il primo ministro e il ministro della difesa (il massimo capo del censore) facciano il loro gioco.
Il popolare Meir Dagan, per molto tempo a capo del Mossad, ha pubblicamente messo in guardia dall'attaccare, ritenendo che sia l' “idea più stupida che egli abbia mai sentito”. Ha spiegato che considera un suo dovere farlo, considerati i piani di Netanyahu e Barak.
Mercoledì 2 novembre c'è stata una vera e propria fuga di notizie. Israele ha testato un missile che può trasportare una bomba nucleare a più di 5000 km di distanza, oltre tu sai dove. E la nostra aviazione ha appena completato alcune esercitazioni in Sardegna, ancor più lontano di tu sai dove. E il giorno dopo, l' Home Front Command ha tenuto altre esercitazioni nell'intera area metropolitana di Tel Aviv, tra il suono incessante delle sirene.
Tutto sembra suggerire che l'intero clamore sia solo uno stratagemma. Forse per spaventare e dissuadere gli Iraniani. Forse per spingere gli americani ad azioni più estreme. Magari coordinate in principio con gli stessi americani (fonti britanniche, inoltre, fanno trapelare che la Royal Navy si sta preparando per supportare un attacco americano all'Iran).
È una vecchia tattica di Israele: agire come se stessimo impazzendo (“Il capo è impazzito” si è soliti urlare nei nostri mercati, per suggerire che il fruttivendolo sta vendendo sotto costo). Non dobbiamo più prestare ascolto agli Stati Uniti. Dobbiamo semplicemente bombardare, bombardare e bombardare.
Bene, siamo seri per un momento.
* * *
Israele non attaccherà l'Iran. Punto.
Alcuni potranno pensare che stia azzardando troppo. Dovrei aggiungere almeno “probabilmente” o “quasi sicuramente”?
Non lo farò. Al contrario ripeto categoricamente: Israele NON attaccherà l'Iran.
Dalla vicenda Suez del 1956, quando il Presidente Dwight D. Eisenhower lanciò un ultimatum che fermò l'intervento bellico, Israele non ha mai intrapreso nessun operazione militare significativa senza prima ottenere il consenso degli USA.
Gli Stati Uniti sono l'unico alleato fidato di Israele nel mondo (oltre, forse, Fiji, Micronesia, le isole Marshall e Palau). Rovinare un tale rapporto significherebbe tagliare la nostra linea della vita. Per fare questo, devi essere più che semplicemente pazzo. Devi essere matto da legare.
Inoltre, Israele non può combattere una guerra senza il supporto illimitato degli americani, perché i nostri aerei e le nostre bombe vengono dagli USA. Durante un conflitto, c'è bisogno di rifornimenti, ricambi, di ogni forma di equipaggiamento. Nella guerra del Kippur, Henry Kissinger organizzò un ponte aereo che ci riforniva ventiquattrore su ventiquattro. E quella guerra sembrerebbe probabilmente una scampagnata rispetto a una contro l'Iran.
* * *
Diamo un'occhiata alla cartina. É sempre raccomandabile farlo, tra l'altro, prima di iniziare qualsiasi guerra.
Il primo punto che salta agli occhi è lo stretto di Hormuz, attraverso cui circola su nave un terzo della fornitura mondiale di petrolio. Quasi l'intera produzione dell'Arabia saudita, degli stati del Golfo, di Iraq e Iran deve obbligatoriamente passare per questa strettoia di mare.
“Stretto”, poi, è una parola grossa. La larghezza totale di questa strada marittima è di circa 35 chilometri. É più o meno pari alla distanza che vi è tra Gaza e Beer Sheva, coperta la scorsa settimana dai razzi primitivi della Jihad islamica.
Quando il primo velivolo israeliano sconfinerà nello spazio aereo iraniano, lo stretto sarà chiuso. La marina iraniana è dotata di parecchie motocannoniere ma non ci sarà bisogno di usarle. Basteranno le postazioni missilistiche terrestri.
Il mondo si trova già in bilico sull'orlo del baratro. La piccola Grecia sembra poter precipitare e portarsi con sé settori rilevanti dell'economia mondiale. L'eliminazione di quasi un quinto delle risorse di petrolio delle nazioni industrializzate comporterebbe, quindi, una catastrofe difficile anche a immaginarsi.
Riaprire lo stretto con la forza richiederebbe un'importante operazione militare (incluso un intervento di truppe via terra) che farebbe passare in secondo piano tutti i problemi degli americani in Iraq e Afghanistan. Possono sopportarlo gli USA? E la NATO? La stessa Israele non sarebbe in grado.
* * *
In ogni caso Israele sarebbe pienamente coinvolta nell'azione, magari come destinataria dell'attacco.
In una rara dimostrazione di unità, tutti i capi dell'intelligence israeliana, compresi quelli del Mossad e dello Shin Bet, si stanno pubblicamente opponendo all'idea di un'intervento militare. Possiamo solo immaginare il perché.
Non so se l'operazione sia così fattibile. L'Iran è un Paese molto vasto, più o meno l'estensione dell'Alaska: le installazioni nucleari sono ampiamente disseminate sul territorio e generalmente segrete. Anche con le speciali bombe ad alta penetrazione fornite dagli Stati Uniti, una tale operazione potrebbe vanificare le iniziative iraniane – quali esse siano – solo per qualche mese. Il prezzo rischierebbe di essere troppo alto per dei risultati così miseri.
Per di più, è quasi certo che con l'inizio di una guerra, pioveranno missili su Israele – non solo dall'Iran, ma anche da Hezbollah, e forse da Hamas. Non abbiamo difese adeguate per le nostre città. Il numero dei morti e dei danni sarebbe insostenibile.
Tutt'a un tratto, i media mandano in onda innumerevoli servizi sui nostri tre sottomarini, che presto diventeranno cinque, o anche sei, se i tedeschi si mostreranno comprensivi e generosi. Viene detto apertamente che grazie a essi avremo la possibilità di effettuare un “secondo colpo” nucleare, qualora l'Iran dovesse usare le sue (non ancora esistenti) testate atomiche contro di noi.
E per finire c'è il prezzo politico. C'è molta tensione nel mondo islamico. L'Iran è ben lungi dall'essere popolare in molte parti di esso. Ma un attacco di Israele contro un importante paese musulmano unirebbe all'istante Sunniti e Sciiti, dall'Egitto e la Turchia fino al Pakistan e oltre. Israele potrebbe diventare una villa in una giungla in fiamme (“villa in una giungla” è come Barak definisce Israele rispetto al Medio Oriente, n.d.t.).
* * *
Ma il dibattito sulla guerra è utile a molti scopi, compresi quelli della politica interna.
Sabato 29 ottobre, il movimento di protesta si è rianimato. Dopo una pausa di due mesi, una massa di persone si è riunita in piazza Rabin a Tel Aviv. È un dato abbastanza significativo se si tiene conto che nello stesso giorno alcuni razzi stavano cadendo su alcune città della striscia di Gaza. Fino ad oggi, in una tale situazione le dimostrazioni sarebbero state annullate. I problemi di sicurezza hanno la priorità su qualsiasi altra cosa. Non stavolta.
In molti credevano, poi, che l'euforia delle celebrazioni per Gilad Shalit avrebbe rimosso la protesta dai pensieri della gente. Non l'ha fatto.
È da notare, invece, una cosa che è accaduta: i media, dopo aver appoggiato per mesi la protesta, hanno cambiato atteggiamento. Improvvisamente tutti, compreso Haaretz, si son messi a pugnalare il movimento alle spalle. Come se ordinati da qualcuno, il giorno successivo tutti i giornali hanno scritto che “in più di 20mila” hanno preso parte alla manifestazione. Beh, io ero là, e ho una certa idea di queste cose. C'erano almeno 100mila persone, per lo più giovani. Potevo a malapena muovermi.
La protesta non si è esaurita, come sostengono i media. È ben lontano dal farlo. Ma quale modo migliore che parlare di un “pericolo esistenziale reale” per distogliere la mente della gente dalla giustizia sociale?
Inoltre, le riforme chieste dai manifestanti avrebbero bisogno di soldi. In vista della crisi finanziaria mondiale, il governo si oppone strenuamente ad un aumento del bilancio, per paura che il rating del credito venga declassato.
Ma allora, da dove si possono prendere questi soldi? Ci sono solo tre possibili soluzioni: gli insediamenti (e chi si azzarderebbe a toccarli?), la Chiesa ebraica ortodossa (idem!) e le enormi spese militari.
Tuttavia, alla vigilia di una delle guerre più cruciali della nostra storia, chi toccherebbe le forze armate? Abbiamo bisogno di ogni shekel (moneta israeliana, n.d.t.) per comprare più aerei, più bombe, più sottomarini. Scuole e ospedali devono, ahimè, aspettare.
Perciò Dio benedica Mahmoud Ahmadinejad. Dove saremmo senza di lui?
Note:
URI AVNERY è uno scrittore e pacifista israeliano del movimento Gush Shalom. È un collaboratore del libro “La politica dell'anti-semitismo” (Counter Punch editore).

Tradotto da Valerio Macchia.