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lunedì 9 gennaio 2012

Copertina di un album hip hop - GIUGNO 2001


"La copertina fu terminata nel giugno 2001, e l'uscita dell'album fu preparata per metà settembre. A causa dell'inquietante somiglianza della copertina con gli attacchi dell'11 settembre 2001, la pubblicazione dell'album fu rimandata fino a quando non fu trovata un'altra copertina".
Coup = colpo di stato - sono una band marxista-maoista (!!!).
http://it.wikipedia.org/wiki/The_Coup

mercoledì 14 dicembre 2011

Perché la gente non si mette in salvo quando potrebbe farlo?



Anche a causa del cattivo giornalismo a livello nazionale, non mi sembra che ci sia ancora una chiara percezione di quel che sta succedendo. Molti temono, giustamente, che stia per arrivare la tempesta ma fanno finta di niente, come se ignorare il problema potesse tenerlo a distanza. È una caratteristica della psiche umana che è stata abbondantemente studiata. Potete partire da qui:

MITO: quando c’è un disastro, l’istinto di sopravvivenza assume il controllo delle persone.
REALTÀ: nelle crisi la gente tende a comportarsi in modo anormalmente calmo e finge che tutto sia a posto.
Questo accade perché si tende a classificare ogni cosa nuova all’interno di categorie normali, normalizzandola. Per questo si reagisce in modo sorprendentemente banale. Indipendentemente dagli avvertimenti, migliaia di persone rimangono sulla traiettoria di un tornado pur avendo tutto il tempo di spostarsi e troppi di loro ci lasciano la pelle. Lo sanno bene gli esperti di tornado, ma anche chi calcola le perdite in caso di naufragio o di evacuazione di luoghi pubblici: moltissime persone decidono che la forza della natura o comunque di un evento straordinario li risparmierà e si fanno dominare da uno stato di quiete “innaturale”. Quel che si vede nei film, con masse di persone che istantaneamente si alzano e cominciano a correre urlando a squarciagola, non corrisponde alla realtà.
Mark Svenvold, un monitoratore di tornado, ha riferito di come le persone che tentava di convincere a cercare riparo altrove, lungi dal seguire il consiglio di uno specialista, si sforzavano di calmarlo e farlo restare lì con loro.
In caso di incidente aereo dopo un atterraggio, i passeggeri, di norma, non scappano e non si accoccolano in una posizione fetale, paralizzati dal terrore.
Nel 1977, per 20 minuti, a causa della nebbia fittissima, i pompieri all’aeroporto di Tenerife si concentrarono su un velivolo disintegrato, alla ricerca di superstiti, senza sapere che un altro aeroplano, colpito nella collisione, era anch’esso in fiamme, con decine di passeggeri ancora vivi a bordo. Quel che dovevano fare i passeggeri ancora incolumi o feriti leggermente era togliere la cintura, salire sull’ala intatta e poi saltare a terra. Esisteva una via di fuga ed alcuni (70) la sfruttarono. Ma decine di altri passeggeri non lo fecero, neppure quando videro gli altri che uscivano sani e salvi, e rimasero al loro posto finché il serbatoio principale esplose e bruciarono vivi. Un superstite, intervistato, ricorda che dovette urlare alla moglie di muoversi, perché era istupidita, in uno stato di semi-trance. Più tardi la moglie rimpianse di non aver fatto lo stesso con gli altri passeggeri, ma tutto quel che poté fare fu seguire meccanicamente, semi-consciamente, le istruzioni e i movimenti del marito. I loro amici rimasero immobili, come statue, e perirono.
John Leach, uno psicologo all’Università di Lancaster, è uno specialista di queste reazioni emotive e stima che circa il 75% delle persone sia incapace di pensare durante o appena prima di una catastrofe. Il restante 25% si divide tra quelli che reagiscono con una consapevolezza e determinazione a tratti sovrumana e quelli che precipitano nel panico.
Gli studiosi ritengono che sia più probabile la sopravvivenza di chi si prepara per lo scenario peggiore ed arriva al momento cruciale avendo una certa idea di cosa sia meglio fare. Agiscono quando gli altri cominciano a pensare a cosa dovrebbero fare, in condizioni avverse al raziocinio. Gli impreparati sono quelli che subiscono più facilmente il processo di normalizzazione dell’evento eccezionale, un meccanismo che serve per tenere sotto controllo l’ansia: “tutto andrà bene!”. In pratica si cerca di fare in modo che la realtà si conformi ai nostri desideri: crediamo che tutto sia a posto perché vogliamo che sia così e ci rifiutiamo di immaginare che certe cose terribili possano succedere proprio a noi.
I sopravvissuti dell’11 settembre ricordano che nella discesa per le scale non c’era bisogno di fare star calma la gente. Tutti scendevano tranquillamente, dopo aver preso tutte le loro cose e aver telefonato ai famigliari, convincendosi l’un altro che non c’era nulla da temere, come nel caso di molti tornado in avvicinamento. Si chiama incredulità di riflesso: si recepiscono selettivamente le informazioni che provengono dall’esterno per confermare il desiderio che non sta succedendo nulla di male. Gli studiosi giapponesi, alle prese con catastrofici terremoti hanno documentato abbondantemente il problema della sottovalutazione della gravità degli eventi ed il suo costo in termini di vite umane.
LA SOLUZIONE? È opportuno continuare ad inviare avvertimenti e delineare ipotetici scenari che, gradualmente, possono diventare “normalizzati” e quindi essere assimilati e diventare disponibili al momento giusto. Purtroppo, com’è facile immaginare, le ondate di panico generate dai media e risoltesi in nulla di concreto, come lo Y2K, l’aviaria, la suina, la SARS, ecc., fanno proliferare la normalizzazione in una misura tale che l’effetto benefico si trasforma in uno svantaggio, riducendo il livello di credibilità di chi trasmette le informazioni e diffondendo incertezza, cosa che fa ripiombare nella condizione originaria.

MITO: sei consapevole di quando menti a te stesso.
REALTÀ: spesso si ignorano le nostre reali motivazioni e si creano storie fantasiose, come i copioni di un film, che “spiegano” le decisioni, le emozioni e le vicende.
Come l’angolo cieco della nostra visuale. L’occhio non riesce a vedere il 2% di ciò sta all’interno del campo visivo, a causa della conformazione dell’occhio. Il cervello supplisce a questa lacuna ricostruendo la realtà sulla base del 98% percepito ed incollandola laddove manca. Fa lo stesso anche con i nostri ricordi, emozioni e ragionamenti. La nostra visione/ricordo della realtà è sempre divergente da quella di chi è/era presente assieme a noi.  Non solo, siamo in grado di costruire una narrazione lineare della nostra vita anche se la memoria è come un groviera e migliaia di momenti obiettivamente importanti svaniscono dal nostro orizzonte, sostituiti da falsi ricordi. La trama complessiva che ci permette di credere di avere un’identità univoca e che dà un significato alla nostra esistenza è una menzogna, una storia inventata sulla base di fatti realmente accaduti da una psiche che, curiosamente, ha sviluppato un sistema di difesa dalla realtà: perché la verità fa male.

MITO: le nostre opinioni e decisioni sono basate sui fatti, sull’esperienza.
REALTÀ: la maggioranza delle persone crede di essere migliore della media, più sveglia, meno manipolabile. Eppure tutti possono essere facilmente ingannati dall’informazione manipolata e nessuno pensa ed agisce sulla base dei dati di fatto.
Questo diventa un problema enorme quando la persona che crede di essere obiettiva detiene molto potere.

martedì 22 novembre 2011

Complottisti ed anticomplottisti sono una piaga sociale




I complottisti vedono complotti ovunque, anche nelle catastrofi naturali. Gli anticomplottisti non tengono in nessun conto l’ovvia constatazione che il potere corrompe ed il potere assoluto corrompe assolutamente. I complottisti si rendono ridicoli da soli, ma rendono anche un importante servizio a chi i complotti li ordisce veramente, perché generano confusione e la confusione facilita il compito di chi trama e di chi si propone come soluzione ai problemi che genera. Gli anticomplottisti godono del tacito appoggio della massa, spinta a farlo dai naturali meccanismi di difesa della psiche (nessuno vuole immaginare che ci sia qualcuno che ce l’ha con lui e che sia molto più potente di lui – meglio classificare il tutto come “paranoia”). Gli anticomplottisti sono, volenti o nolenti, i migliori puntelli dello status quo. Qui mi occupo soprattutto di loro.


La gente che non crede ai complotti è un po’ come il terrestre che crede di essere l’unico essere vivente intelligente nell’universo, a prescindere (questa cosa fa davvero ridere: si può essere più narcisisticamente antropocentrici di così? Che futuro ci può essere per una specie così infantile?). Ecco un altro utile paragone: il complottista è il fedele che crede a-prioristicamente all'esistenza di Dio, l'anticomplottista è l’ateo che crede aprioristicamente alla non-esistenza di Dio e si ritiene, goffamente, intellettualmente superiore rispetto al credente. Entrambi sbagliano, com'è abbastanza evidente a chi si soffermi un po' a pensare alla questione: l’unica posizione ragionevole è l’agnosticismo, ossia lo scetticismo, in particolare nei rapporti con il potere, dato che maggiore è il potere, maggiore sarà la corruzione.


Il termine "dietrologia" è diventato una coperta di Linus: la realtà non può essere così spaventosa come minaccia di essere. Non potremmo psicologicamente reggere l'impatto di una tale verità. Preferiamo credere che certi scenari siano dietrologie e che certi atti siano quelli di un pazzo o comunque di un fanatico, che sono ormai sinonimi. Lo riteniamo un folle però, bizzarramente e contraddittoriamente, crediamo alla sua versione dei fatti, perché corrisponde esattamente a ciò che vogliamo credere. Tutte le contraddizioni, menzogne ed aporie vengono spazzate sotto il tappeto dell'angelismo (“le autorità non farebbero mai certe cose”, “se non hai fatto nulla di male non hai niente da temere”, “tutto si sistemerà”, “è nell’interesse di tutti che sia ristabilito l’ordine”, “siamo tutti nella stessa barca”, “ciascuno riceve ciò che merita”, ecc.), perché ci irritano, sono un'offesa alla nostra ragione/psiche, o per meglio dire al nostro ego. Ho purtroppo l’impressione di vivere in una società essenzialmente codarda ed illusa, per di più incapace di prenderne coscienza:
"All'immagine di un male banale ma contagioso ed epidemico Rumiz affianca quella di un bene ingenuo e cieco, di un bene imbecille e infermo che ha il pericoloso difetto di non saper fiutare il pericolo. Egli sottolinea, da questo punto di vista, come sia molto rischioso continuare a parlare di integrazione, di convivenza in Europa solamente a livello retorico, “nella beata ignoranza dei meccanismi della disintegrazione”. Nel suo “Maschere per un massacro” Rumiz ha insistito molto su questo aspetto, sottolineando che tutte le mosse preparatorie del conflitto in Bosnia si sono svolte in gran parte alla luce del sole, e che nonostante questo la maggioranza delle persone fino all'ultimo non voleva credere che l'efferatezza potesse scatenarsi tra di loro. "La velocità impressionante della pulizia etnica fu resa possibile non solo dalla sua lunga, meticolosa preparazione, ma anche da questa incredulità delle vittime e della gente in generale. Non esiste prova migliore, forse, che la Bosnia non è stata distrutta dall'odio - come fa comodo a troppi supporre - ma da una diffusa ignoranza dell'odio" (Rumiz, 1996, p. 7). Paradossalmente, racconta Rumiz, a Sarajevo è la "piccola criminalità" a fiutare prima l'arrivo della guerra e organizzare un minimo di difesa perché più consapevole delle possibilità e dei meccanismi del male e della violenza. […]. Riprendendo l'intuizione di Rumiz, l'insegnamento che ci viene dall'esperienza balcanica è che ciò che ci trasforma in carne da cannone è lo stesso imbonimento, la stessa inerte apatia, la stessa acquiescenza che ci porta a seguire tutti lo stesso programma televisivo, o a comprare lo stesso prodotto reclamizzato, o a votare in massa il primo pagliaccio che scende in campo promettendoci di risolvere tutti i nostri problemi se solo acconsentiamo ad affidargli un po' più di potere" (Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”, 2005, pp. 66-68).

*****

Prendiamo come esempio tre noti complotti: Quello di Hitler per uccidere gli Ebrei; quello di Bush e Blair per invadere l’Iraq (armi di distruzione di massa – legami Hussein/Bin Laden); quello serbo per realizzare un genocidio in Kosovo. I primi due sono veri, il terzo è falso, come spiego qui:
Dunque l’opinione pubblica è più complottista dei presunti complottisti e diversi “complottisti” (scettici) sono più informati e più lucidi di chi li ritiene dei lunatici o dei babbei. Di più, gli anti-complottisti (quelli per partito preso, quelli del “sei un dietrologo, non ha senso prenderti sul serio”) sono convinti che la loro parte sia quella buona e non farebbe mai certe cose e, contemporaneamente, che gli “altri” (i terroristi, i cinesi, i russi, gli iraniani, ecc.) sono pronti a tutto. In questo senso sono iper-complottisti e per di più troppo pigri o non sufficientemente coraggiosi per informarsi adeguatamente. Al contrario, molti “complottisti” (scettici) partono dall’ipotesi, del tutto realistica, che la propaganda, la disinformazione e la manipolazione abbondino ovunque, ad ogni livello.
In genere, gli anti-complottisti pretendono dai “complottisti” un’analisi completa di un evento, non si accontentano di considerare le contraddizioni, omissioni, bizzarrie, ecc. della versione ufficiale, come dovrebbe fare qualunque individuo dotato di senso critico.
Allo stesso tempo, però, gli anti-complottisti sono inclini ad accettare le analisi incomplete fornite dalle autorità, dimostrando una considerevole dose di grullaggine ed una preoccupante tendenza ad imitare le tre scimmiette, chiudendo occhi, orecchi e bocca.
I “complottisti” hanno il coraggio di esporsi ai lazzi e derisioni dei “benpensanti”, mentre gli anti-complottisti hanno le spalle coperte dall’establishment, dalla maggioranza e dall’autocensura del politicamente corretto e della paura di fare brutta figura. Essere anti-complottisti è facile, molto facile.
Il brutto è che gli anti-complottisti, accettando la lettura della realtà divulgata dai potenti diventano complici, volenti o nolenti, di tutto quel che accade in conseguenza della loro tacita o convinta accettazione delle strategie dei potenti.  
La verità, che ci piaccia o meno, è che la storia è costellata di piccole e grandi cospirazioni. C’è chi ritiene che i complotti servano a consolare quelli che trovano la realtà troppo noiosa e complicata se non è condita con qualche trama occulta. C’è chi preferisce pensare che, in una società secolarizzata, i complottismi servano a soddisfare il disperato bisogno di fare chiarezza nel caos. La cosa interessante è che questa stessa analisi è applicabile agli anti-complottisti. È piacevole e consolante credere che il nostro destino è determinato dall’incompetenza e dagli errori e che le cose sono più o meno come sono. Ci si sente meglio nel pensare che non siamo così fessi da farci fregare dalle epopee dei rettiliani, degli Illuminati e altre sciocchezze. Siamo razionalisti, persone che non hanno tempo da perdere con il pensiero magico, persone che ci tengono alla loro igiene mentale, persone che scelgono di non prendere in considerazione la documentazione della storiografia ufficiale che prova il coinvolgimento della CIA nel sovvertimento di regimi stranieri non collaborativi, da Allende a Jacobo Árbenz nel Guatemala (1954). Se la CIA dice che non l’ha fatto allora non l’ha fatto. Se uno preferisce credere di non potersi perdere nell’intrico di petrolio, narcotraffico, denaro, crimine organizzato, imperialismo, istituzioni, religione e società civile che circonda l’11 settembre ha tutto il diritto di farlo, ma ciò presuppone una conoscenza di come funziona il mondo che nessuno possiede. Forse l’11 settembre è davvero la perfetta esecuzione di un piano incredibilmente complicato portato a termine in circostanze fenomenalmente avverse e che non è stato rovinato da incompetenze ed errori; o forse no. Ma il risibile tentativo di collegare Saddam Hussein e Al-Qaeda per giustificare l’invasione dell’Iraq era un complotto governativo reale (non particolarmente ben riuscito): uno scenario paranoide prodotto dalle migliori menti al servizio del presidente degli Stati Uniti per ingannare l’opinione pubblica americana ed internazionale. Una vera cospirazione mirata a promuovere una falsa cospirazione nell’intento di invadere illegalmente una nazione (e distruggere le vite di centinaia di migliaia di persone). È probabile che queste stesse persone stiano dandosi da fare per convincerci che l’Iran costituisca una minaccia per le altre nazioni pacifiche del mondo.
"L'esito finale di questa deriva sarà probabilmente un conflitto con l'Iran e con gran parte del mondo islamico. Uno scenario plausibile di uno scontro militare con l'Iran presuppone il fallimento [del governo] iracheno nell’adempiere ai requisiti [stabiliti dall’amministrazione statunitense], con il seguito di accuse all’Iran di essere responsabile del fallimento, e poi, una qualche provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti che sarà attribuito all’Iran, [il tutto] culminante in un’azione militare “difensiva” degli Stati Uniti contro l’Iran[Zbigniew Brzezinski, uno dei massimi esperti di politica internazionale (1 febbraio 2007):
"Al Pentagono, nel novembre del 2001, feci una chiacchierata con uno degli ufficiali superiori. Sì, stavamo ancora progettando la guerra contro l’Iraq, ma c’era anche altro. Quel progetto faceva parte di un piano quinquennale di campagne militari che comprendeva sette nazioni: a partire dall’Iraq, per continuare con la Siria, il Libano, la Libia, l’Iran, la Somalia e il Sudan. Il tono era indignato e quasi incredulo […] Cambiai discorso, non erano cose che volevo sentire" [Wesley Clark, ex comandante generale dell'US European Command, che comprende tutte le attività militari americane in Europa, Africa e Medio Oriente – “Winning Modern Wars”, p. 130:
Dunque non è per nulla sorprendente che una maggioranza di abitanti di questo pianeta non creda alla versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre: