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venerdì 16 dicembre 2011

Tecniche di manipolazione - conoscerle per difendersi (parte prima)






Le scoperte delle scienze cognitive e della psicologia sociale sono molto utili per gli scopi di chi intende ritorcere contro gli esseri umani le vulnerabilità e le aberrazioni cognitive e comportamentali che li contraddistinguono.

lenire il dolore: la scomparsa del dolore significa felicità. Si ordina a qualcuno di gettare qualcun altro in un fiume e poi lo si recupera: salvando la sua vita, si conquista un’eterna gratitudine. Diventa quasi impossibile deprogrammare la vittima di questo salvataggio fasullo. Vale anche per le crisi economiche (generate). Si crea il problema, si offre una soluzione vantaggiosa per il manipolatore: problema – reazione – soluzione. Ripristinando l’ordine si ricevono come ricompensa gratitudine e fiducia;
disseminare un sentimento di commiserazione e condiscendenza nei confronti di chi dissente, che è ancora più efficace dell’odio. È arduo prendere sul serio le ragioni di chi è comunque destinato all’inferno, alla rovina, alla follia. Inoltre questa strategia ingenera un senso di superiorità intellettuale e morale tra le pecore del gregge. Classica è l’accusa di complottismo, che equivale ad un marchio di infamia e riduce alla condizione di appestato intellettuale chi ne è colpito (il complottismo è contagioso? Vade retro!);
capro espiatorio / strategia della distrazione: trovare una vittima designata (ebreo, rom, straniero, gay) concentrando su di essa l’insoddisfazione, la frustrazione, il risentimento della folla, che altrimenti si rivolgerebbe contro l’élite. Le masse possono arrivare ad essere grate a chi ha fornito loro un conveniente bersaglio per il loro scontento. Odiare fa stare meglio chi soffre;
elenchi di regole: indurre le pecore, cioè a dire gli esseri umani irreggimentati, a seguire quante più regole possibili (più materialiste e liberticide sono, meglio è). Devono arrivare a credere che l’osservanza delle regole li pone automaticamente dalla parte del giusto. Ciò produce gratificazione, quiete, mansuetudine che ipnotizzano ed intossicano le persone, mentalmente, emotivamente e fisicamente. Armonia = mansuetudine = controllo assoluto;
strumentalizzazione della naturale tensione verso la libertà: confondere gli animi tramutando la ricerca della libertà in una ricerca di espansività fisica: la crescita economica, l’estensione territoriale della patria, la moltiplicazione dei beni superflui, il gonfiarsi dei muscoli;
pacificazione ed unità: la gente tende a credere che unità ed integrità coincidano nella pace. Chi non crede ad una speciosa unità d’intenti imposta dall’alto è un’anima perduta, una pecora nera (cf. capro espiatorio o commiserazione);
sicurezza: il posto più sicuro in assoluto è una cella d’isolamento, ma molta gente è disposta ad accettare una condizione servile in cambio di un po’ meno ansia ed un po’ più di senso di sicurezza. Si legga la “Leggenda del Grande Inquisitore” di Dostoevskij per maggiori lumi. 
verità: ogni menzogna è efficace solo in virtù del fatto che contiene una parte di verità. Più potente questa verità (es. anelito verso la libertà), più ipnotica sarà l’illusione menzognera;
gradualità: mitridatizzazione (un po’ di veleno alla volta e ci si abitua) o rana nella pentola (butta una rana nell’acqua bollente e questa salterà fuori, fai bollire l’acqua con una rana dentro e questa si lascerà cuocere);
“doloroso ma necessario”: la gente crede all’esperto che assicura che è meglio fare un sacrificio oggi che soffrire di più domani (es. Manovra Salva-Italia). Fuori il dente, fuori il dolore;
emotività: far leva sull’emotività della gente inibisce il discernimento critico dei singoli e rende vulnerabili all’instillamento di idee ed archetipi manipolatori (cf. il film “Inception”);
sindrome del Grande Fratello: coltivare l’ignoranza, la superficialità, il culto per tutto ciò che è esteriore, dozzinale, vacuo ed il disprezzo per la cultura e le persone di cultura (anti-intellettualismo). La conoscenza protegge, l’ignoranza espone ad ogni sorta di pericolo e di manipolazione: informare per resistere;
dare la colpa alla gente per le cose che non vanno: La crisi socioeconomica è colpa della gente, non degli speculatori e dei politici consenzienti. Far leva sul senso di responsabilità. Chi si oppone è ignorante ed irresponsabile (es. la recente, patetica filippica di Ferdinando Adornato contro la Lega Nord e l’Italia dei Valori);

Per maggior dettagli su certe autolesionistiche inclinazioni umane e su come contrastarle:

giovedì 8 dicembre 2011

La polizia londinese accomuna gli indignati ad Al-Qaeda!



I giovani di Occupy Wall Street London sono, ufficialmente, una minaccia per lo Stato e la Società. 
Chi protesta contro gli eccessi del capitalismo e della alta finanza è inserito nella categoria TERRORISMO/ESTREMISMO, assieme ai terroristi islamici ed alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia.
Basterà a scuotere le coscienze e le menti di chi ancora crede di essere al sicuro nelle nostre Democrazia Avanzate? 
A proposito, "Democrazie Avanzate" ricorda un po' "Tecniche di Interrogatorio Avanzate", uno scaltro eufemismo per tortura. 

giovedì 24 novembre 2011

Come difendersi dai manipolatori da forum (e da noi stessi)



In ciascuno di noi alligna un manipolatore, un ricattatore psicologico e morale. In qualcuno è più forte che in altri. Su FB questa brutta bestia si scatena. Il problema è che qualcuno ne è consapevole, altri lo sono meno, altri ancora si sentono invece perennemente vittime di manipolatori arroganti e sfrontati e, in quanto vittime, si percepiscono come inoppugnabilmente innocenti, pur essendo maestri della manipolazione. Non è necessariamente detto che ne siano consapevoli, anzi. Nessuno è mai pienamente consapevole di quel che pensa, dice e fa.  
Cerco di identificare i tratti distintivi di questa brutta bestia che alberga in noi, nella speranza che ciò serva a tenerla sotto controllo.
I manipolatori sono aggressivi ma fingono di essere equanimi ed assertivi. Possono esserlo scopertamente o dissimulando l’aggressività.
La tattica è quella della vittimizzazione: affermano di essere stati feriti, di essere pieni di sollecitudine per gli altri, di essere attaccati. Non attaccano mai, secondo loro, sono gli altri ad attaccarli, quindi sono sempre innocenti.
Ci tengono sotto costante pressione, sfruttando il ricatto psicologico, il senso di colpa, le nostre debolezze ed insicurezze, tra queste anche la nostra riluttanza ad esprimere giudizi severi su una persona e a non concedere altre chance.
Il manipolatore ha una personalità aggressiva ed impiega ogni mezzo per ottenere il controllo dell’altro e della discussione. L’aggressore si rifiuterà di ammettere di aver fatto qualcosa di sbagliato o di aver ferito qualcuno. Mente a se stesso ed agli altri. “Chi...io?”: fare l’innocente serve a far credere all’aggredito che le sue accuse sono ingiustificate, a farlo sentire in colpa, a farlo vergognare in pubblico (sfrutta la coscienza della vittima come arma contro la vittima stessa: sei indifferente, aggressivo, egoista, mi stai ferendo, ecc. – lui/lei è immune da questo tipo di reazione colpevole/empatica).
L’aggressore si rifiuta di prestare attenzione a quel che l’aggredito sta dicendo: ha un obiettivo e rimuove ogni ostacolo sul suo percorso. Sfrutta la razionalizzazione, ossia una spiegazione vagamente sensata di un certo atteggiamento che serve a placare le ansie dell’aggredito e a giustificare l’aggressore: se riesce a convincere la vittima, allora sarà in grado di fare tutto quel che vuole.
Il manipolatore è abile nel cambiare discorso, rimanere costantemente in movimento, sgusciante, in modo da impedire all’aggredito di focalizzare. Usa distrazioni e diversivi per far deragliare la discussione e fuorviare la vittima. Usa menzogne, inganni e mezze verità. Di nuovo, non è detto che ne sia consapevole. Quasi nessuno di noi lo è, quando si comporta così.
Spesso il manipolatore si avvale della mimesi: finge di lavorare per una nobile causa (servire Dio, proteggere la natura, venire incontro alla volontà del popolo, servire la vocazione artistica, ecc.), ma lo scopo è quello di raggiungere una posizione di dominanza nei confronti degli altri. Lusinga la vittima per sedurla e farle abbassare le difese. Poi minimizza: il suo comportamento non è davvero così aggressivo o irresponsabile come la vittima vuol far credere; la montagna ha partorito il topolino.
I manipolatori - incluso il manipolatore che è in noi - sono deleteri per tutti, non solo per la vittima di turno.
Quando qualcuno dice quello che pensa, pubblicamente, senza paura della disapprovazione della folla, deve avere un gran coraggio, ma i benefici sono immensi. L’esito è che qualcuno avrà le idee più chiare, qualcun altro, che già la pensava a quel modo, troverà la forza di prendere esempio: “ehi, non pensavo che certe cose si potessero dire, che si potesse dire pane al pane e vino al vino senza paura che qualcuno se la prendesse”.
Purtroppo la dittatura del Politicamente Corretto ha consentito che circolassero imperativi come quello di procedere sempre come se fossimo in un campo minato, per tema di dire qualcosa che possa offendere qualcuno, indipendentemente dalla ragionevolezza di quel che va detto e dell’immatura permalosità di questo qualcuno: “meglio stare attenti a quel che diciamo”, “la cosa importante non è la verità ma non offendere nessuno, non spiacere a nessuno”.
Questo è il viatico per il dispotismo: una società passiva, disumanizzata, soggiogata da un potere che sopprimere ogni dissidio, ogni dissenso, ogni conflitto. Dire la verità diventa un tabù, un’offesa, quando il branco ammira il vestito del re, che è nudo. Finché qualcuno, innocentemente o scaltramente, grida: il re è nudo. Questo non per far imbestialire la gente, ma perché sa che la verità è un valore che trascende il bisogno di essere accettati, di approvazione sociale, specialmente se questa approvazione si sostiene su di una menzogna, su di un inganno.
Perciò la semplice azione di dire quello che si pensa, con argomentazioni solide e sostanziate e non con chiacchiere da bar, può avere ripercussioni imprevedibili, come nell’immagine del battito di una farfalla che produce un ciclone all’altro capo del globo. Così facendo si socchiude una porta e qualcuno ha la possibilità di entrare, mentre prima quell’opzione era preclusa. A questo punto, però, non è giusto trascinare dentro le persone, ognuno deve agire autonomamente, non si può scegliere per gli altri, una volta che questi sono adulti.
Detto questo, di fronte alle idee false, alla pseudoinformazione, al sentito dire, alle contraddizioni mascherate da profondità intellettuale, al relativismo morale spacciato per suprema tolleranza, all’aggressione verbale di chi non sa che argomenti opporre, l’unico comportamento adeguato è quello della lotta senza quartiere. Non si fanno compromessi sulla verità (con la v minuscola):
*****
Spesso una devozione infantile è un’indicazione particolarmente limpida del livello di intelligenza e di ragionamento necessario a sostenere entusiasticamente certe tesi.
Da dove nasce questo cultismo? Se certe idee sono davvero così grandiose, com’è che le argomentazioni dei loro sostenitori sono così carenti?
Ci si aspetta che crediamo a tutto quello che ci dicono i nostri governanti-genitori, come dei bravi bimbi, senza mai neppure tentare di guardare oltre lo schermo, di scrutare sotto la superficie delle cose, in profondità, convincendoci che in effetti non c’è alcuna profondità e non c’è nulla dietro lo schermo? È un modo di pensare da adulti questo? 
È giusto essere lieti – come Socrate – se ci se ci sono obiezioni e critiche, ma se in risposta non arrivano ragionamento intelligenti ed informati che entrano nel merito delle cose ma si fissano su dei dettagli, cosa dovrebbe significare? Che non c’è vera riflessione ma solo fervore, che manca un’autentica dedizione alla ricerca della verità.
Queste persone, quando aprono la bocca e mettono le dita su una tastiera, possono fare un ottimo lavoro nello screditare la tesi che difendono. Si tratta di avere pazienza.
Prima o poi se ne escono con frecciatine, allusioni, giudizi impressionistici assestati sotto la cintura che mettono in luce difetti caratteriali, compromettendo la propria credibilità. Chiunque tenga alla propria credibilità ed onorabilità non dovrebbe abbassarsi a tanto.
La classica mossa del manipolatore è quella di insinuare che l’interlocutore è sulla difensiva. È quello che rivela che è più interessato alla competizione che alla ricerca della verità. Seguono altre insinuazioni sulle reali motivazioni della vittima (fatte da perfetti sconosciuti). La verità o la falsità di un’argomentazione è irrilevante per lui o per lei. Il manipolatore semina dubbi in merito alle reali intenzioni e valori dell’altro dibattente, alla sua disponibilità ad esaminare la questione in modo costruttivo.
Bisogna tenere a mente che l’integrità intellettuale non dovrebbe essere compromessa dalle diversioni, essa fiorisce nel terreno di una prospettiva solidamente informata e critica.
Le repliche del manipolatore non rispondono a nessuna delle questioni che si mettono sul tavolo. Molto di quel che scrive o dice ha poco a che vedere con quanto avete detto o scritto voi e molto con il tentativo di aggirare degli ostacoli che evidentemente trova insormontabili. Sarebbe meglio navigare in internet ed attrezzarsi per superarli invece di agire d’astuzia, ma la cosa richiede una certa dose di umiltà, che non sempre è presente.
Meglio far perdere tempo sviscerando quel che è già ovvio ai più, toccando temi che nessuno ha proposto o ritenuto rilevanti, come se invece lo avessero fatto, senza saper spiegare perché l’avrebbero dovuto fare. È un modo di aggirare il merito della questione, di allontanare la discussione dai nodi critici, invece di affrontarli, di parlarsi senza ascoltarsi, mentre per discutere bisogna rimanere all’interno di una conversazione, non andare per il seminato. Chiarire o oscurare? Dialogare o deragliare?  Buona fede o mala fede?
La persona intellettualmente integra (e nessuno di noi lo è veramente, purtroppo) ha come obiettivo quello di cercar di capire e di far capire questioni anche estremamente complicate. A questa persona interessa poco convertire qualcuno al suo punto di vista se questo non avviene in virtù del valore delle cose che dice. Cosa se ne fa di tifosi, se cerca collaboratori?
Ciascuno di noi, posto di fronte ad un manipolatore, constata che i suoi sforzi sono ignorati e le sue domande non ottengono risposta, mentre invece si pretende da lui/lei che risponda a tutte le obiezioni.
La virtù di FB è che è un forum che non è stato pensato per raggiungere un consenso, ma per offrire lo spazio per un dibattito, anche animato, visto che alcune questioni sono delicatissime e ci coinvolgono emotivamente in misura profonda.
La democrazia ricerca un consenso maggioritario, ma si nutre di voci dissonanti, altrimenti sarebbe una monarchia, un’oligarchia, una tirannia o un totalitarismo. Per questo è richiesto il rispetto dell’interlocutore ma non quello delle sue idee, che vanno anzi esaminate criticamente e respinte con vigore se ritenute infondate. In una discussione non è opportuno cercare di convertire qualcuno, intromettersi tra una persona e le sue convinzioni. Il rapporto tra una persona e le sue convinzioni è una cosa privata. Nessuno può parlare a nome mio. Quel che si dovrebbe fare, invece, è esporre le proprie idee e le informazioni in possesso e vagliare le altrui idee ed informazioni. Il modello è quello del bambino che grida: “il re è nudo!” Non sta cercando di evangelizzare nessuno, sta solo notando una cosa pubblicamente, sta mostrando quello che dovrebbe essere evidente a tutti.
Nei dibattiti, però, non ci si conosce personalmente e ci possono essere fraintendimenti e pregiudizi in gioco. Questo  è più facile quando i punti di vista sono molto diversi.
Il manipolatore,  quello pugnace, si sveglia ogni mattina cercando un’opportunità di sentirsi offeso. Sguazza nelle questioni che creano automaticamente frizioni, attriti e poi si dimostra ipersensibile. Scende subito su un piano personale o proietta sull’interlocutore la sua tendenza a mettere tutto su un piano personale. Non si può dibattere con queste persone, perché si uccide qualunque confronto quando ci si deve irragionevolmente preoccupare di non dare un dispiacere a qualcuno per una cosa che si dice o il modo in cui la si dice (se questo rimane comunque civile).  Non si va da nessuna parte. In un forum l’unica regola è quella di non cincischiare facendo perdere tempo a chi vi prende parte. Non si risponde a qualcuno senza aver letto la sua replica ad una nostra domanda o sollecitazione. Non si risponde rimanendo nel vago, girando intorno alla questione, senza dire qualcosa di concreto, definito e coerente. Bisogna mostrare rispetto per l’interlocutore. Se si contestano le sue idee è opportuno farlo dati alla mano, non con dei sentito dire, generalizzazioni ed impressioni.
Quando è il manipolatore a prevalere, non c’è verso. Si deve concludere che non è neppure remotamente interessato al potenziale insito in un dibattito ragionato, informato, critico. Va benissimo, non è obbligatorio esserlo, ma questo esclude qualunque margine di conversazione degna di questo nome: se ci sono delle repliche supportate da dati di fatto, sentiamole, altrimenti ognuno per la sua strada.
In particolare, è meglio sganciarsi immediatamente da un confronto con chi, implicitamente, ridicolizza ogni tentativo di fare chiarezza su una questione molto più oscura di quel che ci è dato ad intendere. Sorprendendosi, magari, del fatto che qualcuno debba comunque perdere tempo con noi.

ULTERIORI APPROFONDIMENTI QUI:

mercoledì 19 ottobre 2011

Madre Teresa e la violenza della fede




Ero arrivato alla conclusione che Madre Teresa di Calcutta fosse non tanto un'amica dei poveri quanto un'amica della povertà. Lodava la povertà, la malattia e la sofferenza come doni dall'alto, e diceva alle persone di accettare questi doni con gioia. Era adamantinamente contraria alla sola politica che abbia mai alleviato la povertà in tutte le nazioni – e cioè dare potere alle donne ed estendere il loro controllo sulla propria fertilità.
Christopher Hitchens

Il servizio evangelico ai più poveri dei poveri compiuto da Madre Teresa ha dato al mondo una stimolante lezione di compassione e di amore autentico nei confronti del nostro prossimo che è nel bisogno. Questa carità e questo sacrificio di sé, è una sfida per il mondo, un mondo ormai troppo avvezzo all'egoismo e all'edonismo, avido di denaro, di prestigio e di potere.
Papa Giovanni Paolo II

Indipendentemente dai giudizi che uno vuole dare sulla sua vita e sulle sue opere, Madre Teresa è stata una figura straordinaria che, pur avendo perso la fede, con grandissima abnegazione ha permesso ad altre migliaia di consorelle di assolvere la propria vocazione. Oggi è un punto di riferimento per molti di coloro che si occupano di solidarietà al cosiddetto Terzo Mondo. Proprio per questa ragione è importante capire come al successo delle sue attività si contrapponga il suo, dolorosissimo, forse immeritato fallimento personale. Nel 2008 sono state raccolte e messe sul mercato italiano le lettere e gli scritti precedentemente inediti di Madre Teresa che, a dire il vero, lei stessa aveva espressamente richiesto di non rendere pubblici (Madre Teresa, 2008). Ho ritenuto di inserire una disamina della sua vicenda terrena perché, dopo averli letti, non posso che dare ragione al suo consulente spirituale, Brian Kolodiejchuk, che nel 2007 ha deciso di pubblicare questi testi amari ma anche edificanti che ci restituiscono una Madre Teresa pienamente umana, candida, mirabilmente onesta con se stessa e con gli altri, persuasa fino all’ultimo che, essendosi assunta un incarico, doveva portarlo a compimento, ma anche che nel farlo non aveva senso razionalizzare le sue frustrazioni, disillusioni, rimpianti, sensi di colpa. Siamo al cospetto di una persona che ebbe il coraggio di guardarsi allo specchio e di non piacersi, nonostante tutto quel che aveva fatto. Un modello per tutte le persone che credono in questo tipo di missione ma sanno di dover tenere gli occhi bene aperti sulle proprie azioni e motivazioni e sugli effetti che queste producono sugli altri, su chi vogliamo aiutare. In questo senso personalmente la preferisco a un Gandhi e ad un Tolstoj, che a mio avvisto peccarono di autoreferenzialità, individualismo e freddezza. Madre Teresa non lasciò che le astrazioni le facessero perdere di vista le persone in carne ed ossa ed ebbe il coraggio di affrontare a viso aperto l’oscurità interiore, invece di relegarla ai margini con l’aiuto di uno stuolo di seguaci. Per questo non si tratta di una lettura facile, almeno per chi ha a cuore le sorti del prossimo, per chi preferirebbe vivere in un mondo in cui chi vuole davvero fare del bene agli altri trovi il modo di farlo in piena letizia e con la piena soddisfazione di chi ne beneficia. Purtroppo non fu il caso della piccola Madre Teresa, che già l’8 febbraio del 1937 confidava al confessore Franjo Jambreković “più spesso ho per la mia compagna l’oscurità” (Madre Teresa, 2008, p. 31). Qualche anno dopo, nel settembre del 1946, durante un viaggio in treno, riceve la prima di una serie di “locuzioni interiori” – che chiamava la “Voce”, attribuendole ad un Cristo immensamente sofferente, ancora segnato dalla Passione – e che suscitarono le perplessità dell'arcivescovo Ferdinand Périer. Eccone alcuni estratti: “rifiuterai di fare questo per Me?” “Hai paura di compiere un altro passo per il tuo sposo, per Me, per le anime? La tua generosità si è raffreddata? Vengo dunque al secondo posto per te? Tu non sei morta per le anime, ed è per questo che non ti preoccupi di ciò che accade loro; il tuo cuore non è mai sprofondato nel dolore come quello di Mia Madre. Entrambi abbiamo dato tutto per le anime, e tu?” “So che tu sei la persona più incapace, debole e peccatrice, ma proprio perché sei così voglio servirMi di te per la Mia gloria! Rifiuterai?” “Tu soffrirai e già ora soffri, ma se sei la Mia piccola sposa, la sposa di Gesù crocifisso, dovrai sopportare questi tormenti nel tuo cuore” “Piccola mia, damMi anime, le anime dei poveri…son loro che desidero ardentemente…rifiuterai? Chiedi a Sua eccellenza di donarmi questo in ringraziamento per i venticinque anni di grazia che gli ho dato” (p. 59). In seguito la Voce, che si identifica esplicitamente come Gesù il Cristo, si diceva molto ferito per i timori e le esitazioni di Madre Teresa e precisava di volere “suore indiane vittime del Suo amore” e “Quanto desidero entrare nei loro [dei bambini poveri in India] “buchi”, nelle loro case buie e infelici. Vieni, sii vittima per loro! Nella tua immolazione, nel tuo amore per Me, loro vedranno Me, Mi conosceranno, Mi vorranno” (p. 88). “Obbedisci soltanto, obbedisci con molta gioia e prontezza e senza fare domande. Obbedisci soltanto. Non ti abbandonerò mai, se obbedisci” (p. 108). Nel corso dell’anno successivo, le locuzioni ebbero termine: “da allora non né udito, né visto nulla, so che tutto ciò che ho scritto è vero” (109).
Come detto, le autorità ecclesiastiche, nella persona dell’arcivescovo Périer, inizialmente molto scettiche, la invitarono a “prendere in considerazione tutti i pensieri ispirati da Nostro Signore, ma senza soffermarsi su voci o fenomeni soprannaturali”. Padre van Exem, suo confessore, le rivelò che l’arcivescovo non era interessato alle sue voci e visioni. Lei rispose che non sarebbe stato un problema: “sono arrivate senza invito e poi se ne sono andate. Non mi hanno cambiato la vita. Mi hanno aiutata ad essere più fiduciosa e ad avvicinarmi di più a Dio. […]. Non so perché siano venute, né cerco di scoprirlo. Sono felice di lasciare che Lui faccia di me ciò che più gli piace” (p. 98). L’arcivescovo restò però dubbioso: “è possibile che per lei [Madre Teresa] tutto sia chiaro come la luce del giorno. Per quanto mi riguarda, non posso dire la stessa cosa” (p. 101).
A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta la separazione dal Cristo si fece sempre più dolorosa ed implacabile per Madre Teresa. Il 18 marzo del 1953 si decise a confessare all’arcivescovo Périer la sua penosa condizione interiore: “Per favore, preghi specialmente per me, affinché io non rovini il lavoro di Gesù e Nostro Signore si riveli, perché c’è una così terribile oscurità dentro di me, come se tutto fosse morto. Mi sono sentita così più o meno da quando ho dato inizio all’opera. Chieda a Nostro Signore di darmi coraggio” (p. 157). L’arcivescovo non parve comprendere appieno la gravità della situazione, forse perché la descrizione che ne fece Teresa era estremamente stringata. Nel gennaio del 1955 si aggiunse la solitudine: “nel mio cuore vi è una tale profonda solitudine da non poterla esprimere”. Nel 1956 il gelo interiore: “dentro di me tutto è freddo come il ghiaccio. È solo quella fede cieca che mi fa andare avanti, perché in realtà per me tutto è tenebra. Finché Nostro Signore ha tutto il piacere, io, veramente, non conto”. Nel 1957 fu la volta di un senso di annichilimento: “se lei solo sapesse che cosa sto passando. Egli sta annientando ogni cosa in me” e di assoluta sfiducia: “C’è tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo…La salvezza delle anime non desta il mio interesse, il Cielo non significa nulla per me: mi sembra un luogo vuoto. Pensarci non ha alcun senso per me”. Nel 1958 Madre Teresa, dimostrando un’ammirevole onestà intellettuale e morale per qualcuno che aveva dedicato la sua intera vita ad un singolo, grandioso progetto, faticava a convivere con la sensazione di una profonda ipocrisia: “Il sorriso è un grande mantello che copre una moltitudine di dolori”. Per fortuna non era stata completamente abbandonata. Una nuova grazia le giunse come pioggia nel deserto verso la fine dello stesso anno, colmando di amore il suo cuore. Purtroppo fu di breve durata: dopo un mese scompare e tornarono le perpetue afflizioni. Nel 1959, sconsolata ed estenuata, scrisse una struggente lettera a Cristo: “Signore, mio Dio, chi sono io perché tu mi abbandoni?La figlia del Tuo amore, e ora diventata come la più odiata, quella che hai gettato via come non voluta e non amata. Io chiamo, io mi aggrappo, io voglio…e non c’è nessuno a rispondere, nessuno a cui mi possa aggrappare, no, nessuno. Sono sola. L’oscurità è così fitta e io sono sola, non voluta, abbandonata….Anche nel profondo, dentro, non c’è nulla se non vuoto e oscurità. […]. Quando cerco di elevare i miei pensieri al Cielo c’è un vuoto che mi condanna, tanto che quegli stessi pensieri si ritorcono su di me come lame affilate e feriscono la mia stessa anima. Amore…questa parola non suscita nulla. Mi viene detto che Dio mi ama, e tuttavia la realtà dell’oscurità, del freddo e del vuoto è così grande che niente tocca la mia anima….Ho fatto un errore ad abbandonarmi ciecamente alla chiamata del Sacro Cuore? […] Se ciò Ti porta gloria, se Tu ottieni una goccia di gioia da questo, se le anime sono portate a Te, se la mia sofferenza sazia la Tua Sete, eccomi, Signore, con gioia accetto tutto fino alla fine della vita e sorriderò al Tuo Volto Nascosto, sempre” (p. 194-195). Il 3 settembre 1959, in un’altra lettera indirizzata a Gesù e scritta su richiesta del suo confessore, affidò i suoi angoscianti turbamenti: “Per che cosa mi affatico? Se non c’è Dio non ci può essere anima, se non c’è anima, allora anche tu, Gesù, non sei vero, Cielo…quale vuoto”. Ma insistette, indomita: “voglio saziare la Tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me” (p. 202).
L’anno dopo, sempre più sconfortata, si appella ad un inquietante simbolismo: “in me il sole delle tenebre risplende”. Padre Neuner restò stupefatto nello scoprire che la notte oscura dell'anima di Teresa si prolungava ormai da anni e fosse così profonda. Madre Teresa, peraltro, non si riconobbe mai nella figura di San Giovanni della Croce e nella sua esperienza oscura e non chiamò mai “notte oscura” la sua condizione. Neuner le consiglia di accettarla fatalisticamente, confidando nei disegni della Provvidenza. Lei lo fece e “per la prima volta in questi undici anni sono giunta ad amare l’oscurità […]. Se mai diventerò una santa, sarò di sicuro una santa dell’oscurità”. Ma non per questo era disponibile a tacitare la sua coscienza, neppure in nome dell’utile. Con onestà nel 1962 dichiarò che il peso della vergogna diventava difficile da sostenere: “le persone dicono di essere attratte a Dio vedendo la mia salda fede. Questo non è ingannare la gente? Ogni volta che tento di dire la verità – che io non ho fede – le parole semplicemente non escono, la mia bocca rimane chiusa”. Quanti altri sarebbero in grado di ammetterlo? O di confessare che il senso di svuotamento le ha tolto anche l’amore per gli altri, per i pazienti di cui si prende cura e per le altre suore? “li amo quanto amo Gesù e ora, dato che non amo Gesù, non amo neanche loro”. Era il 1967 e Madre Teresa era consapevole del fatto che Gesù definiva Satana “Padre della menzogna” e non voleva in alcun modo favorirne i piani.
A questo punto, dopo 38 anni di sofferenza e di oscurità, la Voce ritorna, ma non si rivolge a lei, bensì a un sacerdote romano, al quale comanda: “Dì a Madre Teresa: “Ho sete”. Il sacerdote spiega: “la udii non tanto come una richiesta, ma piuttosto come un ordine. Devo qui specificare che non ho mai avuto né prima né dopo un’esperienza simile: non sono incline alle suggestioni. Non ho mai avuto né mi aspetto visioni o locuzioni. Piuttosto, per natura sono diffidente nei riguardi delle manifestazioni soprannaturali. Tuttavia mi sentii spinto fortemente a rispondere a quella singolare Ispirazione”.
Molti sono stati i critici dell’opera di Madre Teresa e di certe sue scelte anche discutibili (Shields 1998; Chatterjee, 2003; Hitchens, 2003) e molti sono stati i lettori sconvolti dalle rivelazioni sul malessere spirituale di Madre Teresa. Trovo però che il travaglio interiore che emerge da quelle pagine sia reale, sincero e lacerante e un’anima dubbiosa è la rivendicazione più grande che avrebbe potuto fare per sé, è quel che le dona una statura positivamente eroica, non tutto il servizio, più o meno lucido, di una vita.
Riflettere sulla vita e sulle sofferente di Madre Teresa ci aiuta ad apprezzare le argomentazioni di quegli esperti di aiuti al terzo mondo che si lamentano del fatto che la filantropia è dannosa, che rende chi la riceva sempre più servo e sempre meno libero, che l'unico modo per sanare i mali del terzo mondo sarebbe rinunciare a certi nostri privilegi, rendere più equo il sistema economico e non votare per politici che fomentano guerre civili o colpi di stato e favoriscono il grande capitale neo-coloniale. Invece molti di noi hanno incontrato Madre Teresa, ci siamo “innamorati” di questa donnina vestita così umilmente che passava tutto il tempo coi poveri, abbiamo pagato la nostra quota filantropica per mettere a tacere la coscienza e poi abbiamo continuato a seguire le regole di un mondo che crea povertà e che rende necessaria anche la filantropia, in mancanza di meglio. Così facendo abbiamo impedito che a Calcutta o in Kenya si costruissero cliniche igienicamente e sanitariamente all’altezza delle nostre. Abbiamo alimentato il risentimento ed il fondamentalismo. Abbiamo perpetuato l'immagine di un Terzo Mondo che non riesce a risollevarsi autonomamente, che è come un infante da allevare e da tenere per mano. Abbiamo trasformato un essere umano – Madre Teresa – nell’ennesimo idolo, in un essere semi-divino che non può per sua natura provare afflizioni e necessitare delle cure che amministrava ai malati, una donna che non deve chiedere mai, che non deve dipendere da chi le sta intorno, affidarsi a loro, esplicitare i suoi tormenti cercando conforto. Non è una spaventosa contraddizione che la nostra società sia riuscita a manipolare a tal punto la vocazione di questa donna così semplice e ben intenzionata, che non desiderava fare altro che rendersi disponibile ed utile al prossimo e a Dio, da trasformarla in un’icona dei peggiori vizi della contemporaneità?